Negli Stati Uniti lo chiamano lawfare, (adattamento di warfare) termine che significa “guerra di aggressione a mezzo del diritto”. La pongono in essere i forti contro i deboli: la Monsanto

contro i contadini che si scambiano le sementi, iniziando un’azione legale spietata per la proprietà intellettuale. Sono le vittime a essere colpite dai carnefici per essersi ribellate: gli attivisti che agiscono in giudizio contro gli abusi di multinazionali petrolifere, accusati di diffamazione o di lite temeraria, come nel caso dello sversamento pertrolifero nell’Amazonia equadoregna. Colpirne uno per educarne cento.

In Italia i casi più celebri sono posti in essere dallo Stato che “prende partito” nei confronti del dissenso e del conflitto sociale. Da anni il cosiddetto “partito Sì Tav” annovera pezzi della procura della Repubblica di Torino fra i suoi principali organi politici e il lawfare è pratica costante in Valsusa. Il lawfare dà i suoi migliori frutti se coltivato al buio. Meglio evitare l’opinione pubblica perché la minaccia arrivi forte e chiara. La condanna ingiusta di esponenti del movimento entra in una cacofonia spettacolare con cui si costruisce il nemico e si dimentica presto chi è costretto ingiustamente a pagare, in denaro o libertà personale, la propria convinzione politica.

Due episodi recenti sono riusciti a emergere illuminando per qualche giorno l’ignobile pratica di colpire col lawfare il movimento No Tav. Pierpaolo Pittavino, un tecnico dell’Università di Torino, apprezzato nel suo dipartimento da chiunque lo avesse conosciuto, viene licenziato dall’Università perché No Tav. Il diritto viene piegato dai vertici dell’Ateneo, invocando prima una aberrante interpretazione della Legge Severino (quella contro i corrotti nella Pubblica amministrazione!) e poi, sommersi dal ridicolo, invocando una generica incompatibilità fra certe azioni di protesta e il lavoro in università! La Corte continua a rinviare la decisione sulla reintegrazione imponendo ogni tipo di ostacolo formale alla causa. Intanto Pierpaolo è senza lavoro.

Nelle stesse aule, il caso di Eddi, Jacopo e Pachino, rientrati in Italia dopo essere andati volontari in Siria ad aiutare le milizie curde dell Ypg a sconfiggere l’Isis. La nobile attività è stata premiata dalla procura torinese (più in generale dal partito Sì Tav) richiedendo al tribunale l’applicazione di misure di sorveglianza di polizia, fondate sulla pura presunta pericolosità sociale di questi compagni. Combattendo contro lo Stato islamico essi avrebbero imparato tecniche militari potenzialmente applicabili in Italia per cause sovversive! Si invoca l’applicazione del peggiore diritto penale del sospetto: triste reliquia del periodo fascista (e infatti essi rischiano esilio e confino!), riesumata purtroppo nel 2011; per la continua devozione alla repressione preventiva siamo già stati condannati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Anche qui si fa passare il tempo, si chiudono le finestre aperte per far luce su una vicenda clamorosa e si ipotizza di poter colpire senza che nessuno se ne accorga, magari approfittando della distrazione natalizia. Il 16 dicembre ci sarà l’ultima udienza e poi la decisione.

La malapianta del lawfare cresce al buio e insieme al dissenso soffoca la democrazia. È nostro dovere impedire che le tapparelle si richiudano. Il 16 dicembre è indetta una manifestazione davanti al tribunale di Torino. Chi vuole condannare il sacrificio, la solidarietà e l’impegno se ne assuma la responsabilità e non nasconda al buio il tradimento dello Stato di diritto. Eddi, Jacopo e Pachino per sete di giustizia in Siria hanno affrontato il warfare. In Italia incontreranno il lawfare?

 

FQ | 13 DICEMBRE 2019