Venezia è l’esempio più palese del fatto che gli equilibri naturali modificati con mano sapiente, artigianale ma scientifica dall’uomo in antico non possano essere sconvolti dalla mega-industria, dalle mega-navi, dalle mega-opere. Della complessa idraulica lagunare si sono

occupati i cervelli più straordinari fra ’600 e ‘700: le prime due cattedre di idraulica furono istituite alla Sapienza per tentare di curare il Tevere davvero “fiume scatenato” a regime torrentizio, l’altra di Idraulica Lagunare (mi ricorda un maestro del ramo come Gianmarco Margaritora) fu assegnata nientemeno a Galilei. 

Il “regista” principale fu però agli inizi del ‘700  Vincenzo Maria Coronelli geografo e cartografo (Venezia 1650 – ivi 1718);  cresciuto a Ravenna, autore dei Murazzi (1715). Erudito e cosmografo religioso dei Minori conventuali, fondò (1684) l’Accademia cosmografica degli Argonauti, considerata la più antica società geografica del mondo; dal 1685 fu cosmografo della Serenissima e dal 1689 lettore di geografia. Si contano oltre 200 carte prodotte nella sua officina, in parte riunite in grandiosi atlanti (Atlante Veneto, 1690; Isolario, 2 voll., 1696-1698). Va ricordato anche come ideatore della prima enciclopedia concepita secondo concezioni moderne, disposta alfabeticamente e redatta in italiano (la Biblioteca universale sacro-profana) di cui furono pubblicati soltanto 7 volumi (1701-1709), mentre il piano ne prevedeva 45. Consulente del Magistrato delle acque della Repubblica veneta, progettò grandi lavori pubblici, poi attuati (due ponti sul Canal Grande, i Murazzi del Lido, un canale di derivazione dell’Adige). Essi, con le loro monumentali bocche a mare, hanno difeso per secoli la città dalle mareggiate più violente e garantito afflusso e deflusso. Pure i i fiumi all’interno erano ben regolati dal Magistrato delle acque e da quello del Po.

Venezia si reggeva su di una industria, cantieristica, meccanica o manifatturiera compatibile con la natura difficile di una laguna dove si scambiano ogni giorno acque dolci e acque salse. Essa le evitava di diventare soltanto “una città di giacche bianche, di camerieri”, come paventava Wadimiro Dorigo, sinistra dc, grande intellettuale, assessore all’Urbanistica alla fine degli anni ’50, promotore di una bella rivista Questitalia.

Purtroppo già allora doveva combattere – e Venezia con lui – l’industria chimica e petrolchimica voluta da un Doge senza titoli nobiliari, Giuseppe Volpi (di Misurata glielo aggiunge il regime), fascista fedele, governatore della Tripolitania, presidente di Confindustria e della Biennale nel Ventennio. Insomma un potentone. Il suo sogno e anche quello di imprenditori come Vittorio Cini (Società Adriatica di Elettricità), Valeri Manera, Gaggia era quello di “riscattare” Venezia dalla condizione di città-museo (ritenuta disdicevole). Così, invece di investire in cultura e in ricerca, in una industria e in un porto commerciale “sostenibili”, crearono a Marghera una immensa zona industriale altamente inquinante, sconvolgente per l’antico assetto lagunare dalla Serenissima. Gli interessi speculativi hanno presto prevalso su tutto. Si è creata una vera e propria città-dormitorio come Mestre, si è lentamente svuotata Venezia. Nel 1951 quest’ultima contava 174.88 residenti sui 317.000 del Comune. Oggi ne conta meno di 53.00 sui 260.000 totali.

Era arcinoto da secoli che Venezia si abbassa per il bradisismo negativo che da millenni interessa l’Adriatico fino al Conero, cioè fino ad Ancona. Col boom industriale sono dilagati pozzi metaniferi e quelli artesiani abusivi accentuando invece lo sprofondamento. Dopo l’alluvione del ’66 la legge speciale ha fatto chiudere molti pozzi, metanizzato il riscaldamento e il raffrescamento, eliminato i depositi di nafta, riequilibrato la situazione. Col Canale dei Petroli, scavato nel 1964-68, però erano già stati sconvolti gli equilibri della laguna e quindi gli scambi d’acqua nelle barene. Il (rimpianto) ministro dell’Ambiente Furio Bordon ha vietato il passaggio delle petroliere dal Bacino di San Marco. Ma i suoi successori l’hanno consentito alle maxi-navi turistiche pericolosissime per il il moto ondoso e per la loro assurda mole. Le “giacche bianche” dei camerieri (senza offesa) dilagano. Non si sono dragati sistematicamente i canali, non si è fatta alcuna costante, ordinaria e saggia manutenzione, come si faceva in antico, come chiedeva insistentemente l’ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari e come, disastrosamente, non si fa più in tanti settori forse per puntare ai maggiori guadagni della manutenzione straordinaria. Si è puntato tutto sul Mose. Coi ritardi e gli scandali che sappiamo. 

Funzionerà? Se sì, limiterà i danni delle mareggiate più gravi, ma non inciderà minimamente sui disastri strutturali provocati dal Canale Malamocco-Marghera alle acque lagunari. L’industria petrolifera e petrolchimica era la meno compatibile con la fragilità di Venezia, anche per le esalazioni inquinanti che corrodono e sciolgono i marmi in gesso. Poteva comunque essere alimentata da oleodotti provenienti da Ravenna e da Trieste rispettivamente, senza “spaccare” letteralmente i delicatissimi bioritmi lagunari preservati per secoli. 

NB: cominciai a scrivere di porti e del porto di Venezia con una inchiesta nazionale per il Giorno di Italo Pietra nel 1960 in piena euforia sviluppista.