La decisione – La National Gallery of Scotland mette alla porta il ricco sponsor della British Petroleum, poco “responsabile” verso l’ambiente 

Grazie alle poche righe dettate ieri dalla National Gallery of Scotland, l’11 novembre 2019 potrebbe essere ricordato come una data spartiacque nella storia dei musei. Annunciando la prossima apertura del “BP-Portrait Award” del 2019 – un concorso per il miglior ritratto dell’anno che è popolarissimo tra i giovani artisti di tutto il mondo – il museo nazionale scozzese ha comunicato che “riconosciamo che abbiamo la responsabilità di fare tutto quello che possiamo per uscire dall’emergenza climatica. Da molte persone, l’associazione di questo premio con BP-British Petroleum è considerata in contrasto con quell’obiettivo. E dunque, dopo attenta considerazione, i Trustees delle National Galleries of Scotland hanno deciso che questa sarà l’ultima volta che ospiteranno questa mostra nella forma attuale”. Parole sobrie e misurate: ma così clamorose da far subito il giro del mondo.

Si tratta di un successo importante della campagna di artisti che Angelo Molica Franco aveva raccontato su questo giornale nel luglio scorso. In una lettera diffusa allora da 78 protagonisti del mondo dell’arte inglese (tra cui Anish Kapoor e Gary Hume), si chiedeva alla National Portrait Gallery di Londra di troncare i rapporti con BP, accusata di “investire il 97% del suo capitale disponibile nello sfruttamento di combustibili fossili e il 3% in energie rinnovabili”.

Il museo londinese, che organizzava come partner l’evento scozzese, si ritrova così ora più solo nella difesa della sponsorizzazione petrolifera. La National Galleries of Scotland ha “rinunciato” al corrispettivo di 74mila sterline l’anno (il Portrait Award è alla 30º edizione). In ottobre i soldi BP erano stati già abbandonati dalla Royal Shakespeare Company, e ora i prossimi destinatari delle campagne anti-fossili saranno nientemeno che il British Museum e la Royal Opera House.

Da parte sua, BP ha ieri risposto senza troppo fair play: “Ironicamente, questa crescente polarizzazione del dibattito e la tendenza a escludere le compagnie impegnate a fare progressi concreti rappresentano esattamente ciò di cui non abbiamo bisogno”. Una dichiarazione tesa e debole: perché rivela ancor più chiaramente che ciò di cui sentono il bisogno i petrolieri è ormai molto lontano dalle attese della pubblica opinione. Perché è evidente che la “polarizzazione” – questa benedetta e fin troppo tardiva polarizzazione! – è il frutto della presa che il movimento mondiale ispirato dalla fragile e forte Greta Thunberg sta avendo sulle coscienze. Il suo grido all’Onu di due mesi fa ha detto meglio di mille saggi e ponderosi studi perché non è più possibile aspettare: “Le persone stanno soffrendo, stanno morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E tutto ciò di cui parlate sono soldi e favole di eterna crescita economica? Come vi permettete?!”.

I riflessi italiani della coraggiosa scelta del museo scozzese possono essere su un duplice livello. Da una parte è sperabile che essa agisca in senso letterale: e cioè che ai colossi petroliferi (a partire dalla nostra Eni) sia interdetta la possibilità del greenwashing (cioè della “ripulitura ambientalista”) attraverso la sponsorizzazione di musei, mostre e restauri.

Si può rammentare, per esempio, il restauro della Basilica di Collemaggio all’Aquila, finanziato dall’Eni, che comportò l’intitolazione a Enrico Mattei del parco antistante.

Far comprendere l’inopportunità di una scelta del genere è un’impresa piuttosto ardua, in un Paese in cui i premi dell’Eni Award vengono consegnati direttamente dal presidente della Repubblica al Palazzo del Quirinale, nonostante che uno dei principi fondamentali della Costituzione obblighi la Repubblica a tutelare l’ambiente (così, ha stabilito con molte sentenze la Corte Costituzionale, va inteso il “paesaggio” dell’articolo 9).

E, d’altra parte, sempre Eni è il principale sponsor della benemerita Biennale della Democrazia di Torino: con una contraddizione che l’impegno di Greta e dei suoi giovanissimi seguaci rende sempre meno sopportabile.

Ma c’è anche una chiave di lettura più larga: e insieme più problematica e ancora più promettente. E questa chiave riguarda il rapporto tra i musei e il mercato: che negli ultimi anni in Italia si è così cementato da fare proprio del petrolio la chiave della più abusata metafora pronunciata da ministri e assessori ai Beni culturali. Il patrimonio culturale come “petrolio d’Italia”.

Ora, il divorzio tra patrimonio e petrolio annunciato a Edimburgo dovrebbe dar da pensare a chi continua a ritenere “moderna” la via “sviluppista” alla valorizzazione dei musei (così Il Foglio ha definito, con l’entusiastica approvazione dell’interessato, la politica di cui è alfiere Dario Franceschini e cantori pressoché tutti i giornali italiani). Se i musei e i curatori di mostre iniziassero a prendere le distanze dall’industria e dalla retorica del lusso, dai marchi di moda, e da tutti gli interessi che usano l’arte per alimentare i bisogni indotti e la suicida crescita infinita, forse sarebbe più semplice far passare l’idea che l’unico sviluppo a cui serve la cultura è il “pieno sviluppo della persona umana”.

FQ   | 12 NOVEMBRE 2019