Viviamo costantemente in collegamento virtuale, soggetti alle sollecitazioni multisensoriali e al bombardamento delle immagini, specchio tangibile di una società che ha dismesso

velocemente i valori tradizionali – figli delle conquiste del dopoguerra – in nome di un progresso strettamente legato alla tecnologia, alle logiche di mercato e al consumo, secondo meccanismi che possono indurre nel cittadino comune una pericolosa assuefazione e – col tempo – addormentarne la coscienza vigile nel contesto sociale e nelle relazioni umane.

La fotografia ha sempre accompagnato questi processi, come strumento linguistico privilegiato di narrazione e documentazione storica, sociale, culturale e scientifica, dotato di efficacia comunicativa tale da rendere un messaggio, anche complesso, di immediata comprensione.

Nell’ambito del Festival Internazionale di fotografia “Photo Open Up”, in corso a Padova fino al 27 ottobre scorso, tra le esposizioni collaterali è stato presentato al pubblico un progetto di inclusione che si avvale del medium fotografico per illustrare il racconto della quotidianità di alcuni “homeless”.

L’iniziativa, già promossa con successo in diverse città europee dall’organizzazione People of the Streets, riunisce varie realtà del territorio, a partire dall’Assessorato ai servizi sociali del Comune di Padova, dalla Cooperativa Cosep e dall’associazione Avvocati di Strada, con la partecipazione attiva di Mara Scampoli e Tamar Shemesh, referenti del progetto.

Le fotografie rappresentano il momento finale di un lavoro di squadra che ha coinvolto attivamente i partecipanti, i quali hanno accettato di raccontare e condividere la propria storia personale in una serie di incontri preliminari, ricevendo alcune nozioni di base sulla tecnica fotografica e sull’uso di macchinette usa e getta, utilizzate in questa occasione.

La mostra è stata allestita negli spazi della Libreria Zabarella a Padova: ogni fotografo ha proposto una serie di immagini, concepite come un racconto a più episodi, preceduto da una breve presentazione autobiografica, con il nome, l’età e la città di provenienza.

Il risultato appare sorprendente, nella misura in cui ribalta i luoghi comuni e il punto di vista privilegiato dell’osservatore che vive la città nelle ore di lavoro, di studio, o che guarda con gli occhi del cultore dell’arte.

La città che si offre ai nostri occhi è totalmente inedita, lontana dalle rappresentazioni tradizionali e care all’immaginario collettivo, in quanto i veri protagonisti delle foto diventano i luoghi di transito e sosta di chi conduce una vita all’aperto, una vita che si svolge negli orari di assenza forzata dal dormitorio pubblico, e che costringe chi non possiede un’abitazione a consumare il tempo nell’attesa che scorra. Il racconto delle foto si mescola al racconto della parola, in una sorta di pellegrinaggio che attraversa la città e alcuni luoghi che acquistano una nuova visibilità: la stazione ferroviaria, i giardini pubblici, Prato della Valle, le vetrine dei negozi, l’atrio del Centro Culturale San Gaetano, solo per citare alcuni esempi.

La fotografia diviene pertanto lo strumento di narrazione virtuoso per restituire dignità e visibilità a esistenze marginalizzate, e al contempo un attivatore sociale per le persone in difficoltà, che non possono più contare sui benefici di uno status lavorativo o familiare che garantisca loro il diritto di parola, di azione o più semplicemente l’opportunità di essere attori protagonisti alla pari degli altri cittadini.

I luoghi del vedere, riconoscibili nel tessuto urbano di Padova ma lontani dall’essere rappresentazione di uno spazio o di un soggetto portatori di significati, sono stati fisicamente e idealmente percorsi e rivissuti dai fotografi, che ne hanno fatto materia duttile per esprimere emozioni e sentimenti in maniera semplice e immediata, come recitano le didascalie che accompagnano le foto.

Questo progetto culturale, pertanto, non si esaurisce con l’esposizione delle fotografie, ma è pensato per generare e restituire attenzione e cura a un contesto sociale, e finalizzato a creare un nuovo meccanismo di partecipazione attiva a una cittadinanza che aveva perso il proprio valore identitario.

 

 

Fotografia:  Franco, Solitudine