Le storie – Parlano migliaia di lavoratori dei beni culturali: sfruttati, spesso in nero e con paghe da fame. Nel pubblico come nel privato 

“Una galleria d’arte privata mi ha proposto un impiego full time che prevede organizzazione di mostre, gestione della contabilità e, visto che ho anche un master in social media marketing, della comunicazione e della pagina Facebook. Stipendio: 250 euro al mese, in nero, senza contratto”. A ricevere questa offerta indecente è stata una donna che lavora nel settore della cultura. Ma non è un caso isolato: in tanti nelle scorse settimane hanno raccontato le loro esperienze rispondendo all’indagine lanciata dall’associazione “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”. Il report completo sarà presentato il 30 ottobre alla Camera dei deputati. Il Fatto, però, può anticipare parte dei risultati. Che sono drammatici. Su 1.546 partecipanti, poco meno di metà, il 46%, ha detto di non avere alcun tipo di contratto: è in nero o al massimo con un rapporto di collaborazione, a partita Iva, con una borsa di studio o con il servizio civile.

Insomma, è venuto fuori un mondo fatto di lavoro malpagato e spesso irregolare, tutto a danno di persone che hanno alle spalle un lungo e faticoso percorso di studi. Per chi opera tra le mura di un museo, di una chiesa, tra i monumenti o nello staff di un evento, il solo fatto di essere retribuito è già una conquista. L’abuso del volontariato è una pratica molto diffusa. Ricevere il giusto stipendio, cioè quello previsto dal contratto collettivo appropriato, è poi un privilegio che spetta a pochissimi. Del 54% che un contratto ce l’ha, solo il 23,8% ha quello adeguato. Gli unici a formare la platea dei regolari sono quindi il 16,6% che ha la fortuna di lavorare direttamente per la Pubblica amministrazione più un altro 7,2% al quale, nel privato, viene applicato l’accordo della Federculture. Per tutti gli altri, i datori danno libero sfogo alla fantasia: c’è un 23% con il contratto multiservizi, quello per le pulizie e le mense scolastiche, un 18,5% con quello del commercio e un 14,7% che usa quello delle cooperative sociali. I pochi che restano fuori da questi casi sono divisi tra turismo, edilizia, lavoratori del legno e persino metalmeccanici. Solo due persone hanno detto di avere un contratto da restauratore. Spesso le norme sono del tutto violate e in altri casi aggirate per risparmiare. Il risultato sono stipendi ridicoli: il 12% degli intervistati ha addirittura affermato di prendere meno di 4 euro all’ora, un altro 37% non riesce a superare gli 8 euro. Complice tanto part time involontario, a fine anno ne risentono i redditi: il 38% ha dichiarato meno di 5 mila euro annui, quelli che non arrivano a 10 mila euro sono il 63%.

Le imprese che impiegano queste persone sono sì private, ma spesso lavorano per il pubblico. “Mi hanno assunto in un museo con il contratto delle cooperative sociali – dice un intervistato –. Le ore retribuite sono meno di quelle effettive e di quelle dichiarate. Quando ho chiesto di essere regolarizzato, mi è stato risposto che l’ente pubblico non dà abbastanza finanziamenti e quindi posso andare via e assumeranno un tirocinante”. Tra le testimonianze c’è quella di un curatore museale con quasi vent’anni di esperienza che dal 2007 è inquadrato come “capo-magazziniere” e chi parla di “contratti a chiamata anche con orario fisso” e di “ore fuori contratto che sono la regola”. Scenari che nessuno immaginava prima di affacciarsi nel mondo del lavoro, specialmente quelli che vantano master e dottorati. “Nel mio contesto lavorativo – racconta un lavoratore – siamo tutti laureati e con titoli di studio post-laurea, ma il sistema delle cooperative prevede l’assunzione con un contratto multi-servizi e una paga oraria netta intorno ai 6 euro”.

Qualcuno riesce a ottenere giustizia: l’associazione Napoli Sotterranea è stata condannata dal Tribunale a risarcire 81 mila euro in favore di una guida, poiché i giudici hanno riconosciuto il lavoro subordinato non contrattualizzato. Ma spesso la paura di ritorsioni scoraggia le cause.

“Con questa inchiesta vogliamo svelare una realtà a noi ben nota ma troppo ignorata”, spiegano Leonardo Bison e Daniela Pietrangelo del collettivo “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”. “Trent’anni di esternalizzazioni continue, deregolamentate, obbligate – aggiungono – unite a leggi che incentivano l’uso del volontariato come sostitutivo del lavoro pagato hanno dato i loro frutti avvelenati. Va rivisto il sistema delle esternalizzazioni, serve una legge che vieti abusi del lavoro gratuito, e una norma che obblighi i privati che gestiscono patrimonio culturale pubblico a ad applicare il contratto di Federculture”.
FQ   | 19 OTTOBRE 2019