Il ministro della Cultura Dario Franceschini risponde alle critiche dello storico dell’arte Salvatore Settis

Sulle pagine del Fatto Salvatore Settis – archeologo, storico dell’arte e già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa – ha in più occasioni criticato la riforma firmata dall’allora ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini. Ora che l’esponente Pd è tornato alla guida del Mibact, abbiamo chiesto loro di confrontarsi sulle diverse visioni del nostro patrimonio artistico, culturale e paesaggistico. Ecco una sintesi della discussione che si è tenuta nella nostra redazione insieme al direttore Marco Travaglio e a Fabrizio d’Esposito, Silvia D’Onghia e Paola Zanca.

Salvatore Settis: La riforma del 2014 ha cose buone e cose da buttare. Ne cito due positive: la scelta di dare maggiore autonomia ai musei e quella di permettere a un tedesco o a un australiano di diventare direttore di un museo italiano. Ne cito altre su cui non sono mai stato d’accordo. Primo, non era necessario creare una Direzione generale dei musei, che si occupa più di valorizzazione che di tutela: si poteva dare maggiore autonomia ai musei anche tenendoli all’interno del sistema territoriale di tutela. Secondo, bisognava mantenere la direzione generale dell’Archeologia, non accorparla alle Belle Arti e al Paesaggio, perché è una specificità da salvaguardare. Terzo: non può essere una sola commissione di cinque persone a scegliere simultaneamente i direttori di venti musei.

Dario Franceschini: Ho sempre accettato le critiche, meno le semplificazioni: si è detto che io avrei consegnato il patrimonio ai privati e smontato il sistema di tutela. La rappresentazione per cui o si tutela o si valorizza, è una sciocchezza. Sono due facce della stessa medaglia, non capisco perchè contrapporre due cose che si possono fare bene contemporaneamente. Finora la Soprintendenza doveva occuparsi di entrambe le cose: impossibile. Motivo per cui i nostri musei, rispetto agli altri grandi musei del mondo, avevano sì collezioni straordinarie ma erano senza autonomia, senza comitato scientifico, senza identità. I musei – anche importanti come Brera o Capodimonte – prima della riforma erano uffici diretti da un funzionario, agli ordini gerarchici del soprintendente. Abbiamo fatto una divisione funzionale: le Soprintendenze si occupano di tutela del patrimonio e del paesaggio, la direzione generale si occupa dei musei. Non è che ho messo a dirigere i musei degli ingegneri meccanici o degli imprenditori dei tondini di ferro. Ci sono storici dell’arte, architetti, archeologi. Non capisco perché si debba dire che ho smontato il sistema di tutela. C’è una legislazione che funziona e le Soprintendenza hanno salvato il nostro territorio: la battaglia per tutelare i centri storici, per dire, è una battaglia complessivamente vinta.

Settis: Io sono assolutamente convinto che tutela e valorizzazione non siano conflittuali. Ma la riforma ha di fatto indebolito il sistema della tutela: non avendo risorse sufficienti, si è spostato personale dalle Soprintendenze territoriali, senza fare sufficienti assunzioni. La conseguenza è stata un indebolimento del numero di addetti alla tutela dei beni “minori”. Abbiamo continuato a spingere i giovani a iscriversi alle facoltà di Beni Culturali per poi condannarli a una disoccupazione a vita. Servono massicce assunzioni e bisogna puntare di più sulla formazione del personale.

Franceschini: Il tema del personale esiste e quota 100 ha aggravato la situazione. Io avevo assunto mille persone, l’ex ministro Alberto Bonisoli ha fatto un altro concorso: 3 mila posti, 200 mila domande. Ma non c’è nessun atto che ha trasferito il personale dalle Soprintendenze ai musei, tant’è vero che i musei si lamentano come gli altri. Io ho detto in Parlamento che la priorità di questo mio mandato è il personale. Non solo le assunzioni ma anche la formazione post-universitaria. Ho chiesto più dirigenti, in modo da disegnare sovrintendenze più piccole e quindi più funzionali.

Settis: La maggioranza dei funzionari sono a sei mesi dalla pensione. Se va avanti così si chiude bottega. Spero proprio che le sue perorazioni perché assumano 5 mila persone (tante ne servirebbero) abbiano successo. Purtroppo la cultura è la prima cosa che si tocca, quando c’è da tagliare: lo hanno fatto di più i governi di centrodestra, ma solo poco meno quelli di centrosinistra.

Franceschini: In questa manovra non c’è nessun taglio alla cultura. Io ho chiesto risorse in più per le parti più deboli: gli archivi, le biblioteche, gli istituti di cultura. E ho chiesto impegno massimo per assunzioni e miglioramenti contrattuali per il personale esistente. Sicuramente Settis ha ragione: in Italia ci si è seduti sugli allori pensando che il nostro patrimonio fosse talmente unico e attrattivo che avremmo potuto continuare a vivere di rendita. Non è così: la manutenzione richiede risorse enormi, serve il contributo dei privati. Con l’art bonus stiamo raggiungendo 400 milioni di donazioni: poco, ma prima non c’era nulla. Ma serve anche una capacità di spesa che le pubbliche amministrazioni non hanno: buona parte dei 4 miliardi messi negli ultimi anni sul patrimonio sono fermi.

Settis: Torno sui centri storici. Lei dice che è una battaglia complessivamente vinta. Ma non si è mai fatta una vera analisi dei danni venuti dal Piano Casa di Berlusconi e dai permessi edilizi che ne sono conseguiti. Non ci vorrebbe più sorveglianza? I nostri centri storici li consideriamo salvi perché abbiamo chinato la testa di fronte a cose inaccettabili anche solo vent’anni fa.

Franceschini: È un bel tema di analisi per il futuro. Io credo che la priorità sia evitare nuovo consumo di suolo e che la l’obiettivo sia la rigenerazione del patrimonio esistente. Ma andrebbe affrontato anche il tema degli innesti di architettura contemporanea nei centri storici. Li abbiamo salvaguardati, ma siamo arrivati all’eccesso opposto: oggi, nemmeno in un vuoto urbano, puoi costruire architettura contemporanea, ovviamente di alta qualità. La forza del nostro Paese è che le varie epoche si sono stratificate una sull’altra, poi improvvisamente ci siamo fermati: è un tabù dire che l’architettura contemporanea di qualità può trovare spazio anche nei centri storici? Si potrà mai fare la piramide del Louvre in una piazza italiana?

Settis: A me la piramide del Louvre non è mai piaciuta. Ma in linea di principio sono d’accordo. Un esempio che ha funzionato è il Mart di Mario Botta a Rovereto. Purtroppo però, nella maggior parte dei casi, quasi sempre si costruisce male. E questo ha a che fare col fatto che nelle facoltà di Architettura si fa sempre meno Storia dell’architettura. Uno si può laureare senza sapere cos’è un tempio greco, una cattedrale gotica o una chiesa rinascimentale.

La discussione passa ai casi in cui beni artistici vengono usati per iniziative private o commerciali. Nel 2013 fece scandalo la chiusura di Ponte Vecchio a Firenze, affittato per una cena della Ferrari

Franceschini: È chiaro che devono essere iniziative di livello altissimo, altrimenti non si possono fare. Prendiamo il cibo, che è l’argomento più scomodo. Se fai una cena di matrimonio, no. Se organizzi un evento legato alle eccellenze del territorio, ci può anche stare. A me per esempio piacerebbe che i nostri musei avessero ristoranti di qualità, come accade in tutti i musei del mondo. Certo non si possono aprire i fast food. È difficile trovare un criterio oggettivo, bisogna affidarsi al buon senso del direttore del singolo museo.

Settis: Il punto è che non vanno concessi spazi solo per avere quattrini. Oltre al rischio di involgarirsi ad un livello insopportabile – in un museo fu fatto un addio al celibato – c’è anche quello di mostrare il privilegio dei ricchi su quelli che non lo sono: noi vi chiudiamo questo museo perché abbiamo pagato.

Franceschini: Io ho introdotto le domeniche gratuite nei musei proprio per aprire a chi non può permettersi il biglietto per tutta la famiglia. È una cosa popolare. Il fatto che sia stata criticata da sinistra, mi fa dubitare di un certo modo di ragionare della sinistra.

Franceschini ha riportato al ministero anche la delega al Turismo che nella stagione gialloverde era finita all’Agricoltura. Si ragiona sul rapporto tra turismo e cultura.

Settis: I danni da eccesso di turismo, in tutto il mondo, cresceranno sempre di più col crescere del turismo cinese. Il fatto di accorpare le deleghe può essere positivo, dipende da come le si gestisce.

Franceschini: Ho deciso di riportare la delega del Turismo al Mibac, il primo fu Bray, per due motivi. Primo perché la cultura è ciò che rende davvero competitiva la nostra offerta turistica nazionale, che non è solo balneare o montana. Ma accorpare le deleghe è anche un modo di controllare, perché ti permette di indirizzare le politiche culturali del Paese e di intervenire sui flussi. Noi abbiamo un problema che è già urgentissimo: ci sono delle piazze di Venezia, di Firenze, di Roma e ora anche di Napoli, che non possono contenere un numero illimitato di persone. Davanti alla Fontana di Trevi non ci possono stare 50 mila persone, bisogna che ci sia una regolamentazione perchè c’è un problema di fragilità del patrimonio. Sono contrario al ticket a pagamento, esistono strumenti tecnologici meno invasivi. Ma quel che serve è soprattutto strategia. Ovvero moltiplicare i luoghi che attraggono visitatori e puntare su un turismo intelligente. Sia per quanto riguarda l’impatto che ha sul territorio: ci sono centri storici completamente desertificati, anonimi. Nelle vie in cui il turismo cresce, crescono anche gli affitti: spariscono i negozi con un’identità locale e diventano tutti souvenir e maglie di calciatori. Io tre anni fa ho fatto una norma che permette ai sindaci di vietare l’apertura di determinate attività commerciali in alcune aree di particolare prestigio storico culturale. Finora però l’ha usata solo Firenze. Ma quando parlo di turismo di qualità penso anche alla Grandi Navi: scendono in sei mila tutti insieme, vanno in piazza San Marco e risalgono sulla nave senza aver preso neanche un caffè: è un tipo di turismo che non è la nostra priorità.

Settis: Ecco, per mostrare che davvero il turismo è compatibile con i beni culturali, risolva il problema delle Grandi Navi.

Franceschini: È un impegno che ho preso, anche se non è una competenza solo mia: c’è il Comune di Venezia, l’autorità portuale… Tutti dicono no, poi propongono soluzioni diverse. Io ricordo che a Dubrovnik, le navi fermano al largo e poi portano i turisti in centro con i barchini.

Settis: Le faccio un’altra domanda. Si è interrotto il percorso dell’autonomia differenziata in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, come ha intenzione di proseguirlo?

Franceschini: La trattativa era ad un punto abbastanza avanzato. Io sono disponibile a discutere con le Regioni sull’autonomia per quanto riguarda le attività culturali e i fondi, ma sono assolutamente indisponibile a discutere di patrimonio, di tutela del paesaggio e della proprietà dei beni. Per quale motivo lo Stato dovrebbe trasferire immobili alle Regioni?

Il Forum si chiude con alcune domande sull’attualità. Il controverso prestito del Vitruviano al Louvre (“Non posso decidere io se un quadro è trasportabile o no”, dice Franceschini), la revoca della concessione della Certosa di Trisulti all’associazione di Steve Bannon (“Gli uffici hanno riscontrato irregolarità, Bonisoli ha avviato procedura, io l’ho solo conclusa firmando la revoca”) e infine un impegno a proposito della legge sull’editoria: “Dobbiamo aiutare l’intera filiera, come accade per il cinema: dalle librerie agli autori ai distributori”.
di RQuotidiano | 20 OTTOBRE 2019