Raffaello grandissimo pittore e architetto, certo, ma chi parla dell’immenso pioniere della tutela archeologica e architettonica? Non ho notizie di mostre che illustrino questo aspetto più che

mai attuale del pensiero e dell’azione di conservazione che egli progettò. Forse disturba i “vandali” odierni, i violatori di paesaggi e centri storici?

Cinquecento anni fa, Raffaello, nominato da Leone X, soprintendente alle antichità di Roma, scrive al papa assieme a un fine politico, Baldassar Castiglione, a lungo alla corte della sua Urbino, una strepitosa “Lettera programmatica”. La valorizzazione di essa è il frutto felice di un dottorato di ricerca del professor Francesco Paolo Di Teodoro alla Sapienza con Marisa Dalai. Merito notevolissimo.

Raffaello vi esprime – in una lingua che probabilmente è quella del Castiglione – concetti di raro coraggio, lucidità e antiveggenza, polemizzando in modo durissimo anche coi pontefici che hanno preceduto Leone X. Ho preferito “tradurre” in un italiano corrente il testo.

Ma sentite cosa scrive: “Guardo alla Roma odierna come al cadavere, quasi di una nobile patria, un tempo regina del mondo e ora così miseramente lacerata (…)”. E prosegue come in una invettiva: “Ma quanti pontefici, Padre Santissimo, che avevano il medesimo vostro ufficio (ma non già come voi sapere, valore, clemenza e grandezza d’animo), sottolineo Pontefici, si sono applicati a distruggere templi antichi, statue, archi e altri edifici gloriosi!”.

Raffaello li enumera “non senza grande commozione”: la Meta in via Alessandrina, l’Arco all’entrata delle Terme di Diocleziano, il Tempio di Cerere nella Via Sacra, una parte del Foro Transitorio, arsa pochi giorni prima per farne calcina, gran parte della Basilica del Foro, e poi colonne, architravi, bei fregi spezzati. “Annibale non avrebbe fatto di peggio”. I responsabili? Per esempio il vescovo Bartolomei della Rovere, “fratello di papa Giulio II e nipote di papa Sisto IV”. E uno storico dell’arte che spopola ovunque ha affermato che Raffaello, uomo pacifico, dedito a continui amori femminili (è vero), “non ha mai litigato con nessuno”. Un pacioccone che non voleva rogne.

Raffaello imposta subito una carta a rilievo di Roma (i primi 40 fogli sono spariti da tempo). E detta regole diventate la base dei primi bandi granducali e pontifici, della prima legge organica di tutela (Pio VII, 1802-1820), delle nostre leggi, almeno fino alla Riforma/Deforma Franceschini: tutelare ogni cosa antica, fare dell’architettura nuova che gareggi in bellezza con essa, ma “senza distruggere più nulla della bellezza” ereditata, che fa “la gloria e la grandezza italiana” (“italiana”, nel 1519). “Questo è il nostro grande, immane compito e intento che perseguiremo con ogni severità ed energia”. Dove sono oggi queste civilissime virtù?

FQ   | 4 OTTOBRE 2019