Mercoledì scorso, al piano terreno aperto sul Canal Grande di Cà Tron a Venezia, sede del Dipartimento di Pianificazione del territorio, si sono tenuti i funerali di Edoardo Salzano:

urbanista, autore di alcuni tra i piani territoriali più illuminati, fondatore del sito collettivo Eddyburg. Questa è una parte di ciò che ho detto in quella occasione. “I giovani della mia generazione hanno avuto, indubbiamente, dei maestri. Ma quanti di questi hanno tradito, o si sono compromessi, o stancati! Gli uomini sulle cui parole avevamo giurato rivelarono poi incrinature fatali tra le qualità critiche o creative e quelle più largamente umane della coscienza”. Subito dopo la Liberazione, queste parole furono rivolte da Francesco a Arcangeli a Roberto Longhi. In quel quadro morale devastante, Arcangeli riconosceva al suo maestro di non aver tradito: “Alcuni si salvarono nel silenzio. Longhi fu tra i rarissimi che continuarono a parlare senza venir meno alla loro dignità”. Ebbene, quanto più vale oggi questo altissimo riconoscimento per Edoardo Salzano. La sua voce – alta, forte, sicura – è stata in tutti questi anni una delle più preziose guide su cui orientare il cammino: una delle poche luci sempre accese, e non riflesse, nel buio in cui siamo sprofondati.

La voce di un eretico, che non cessava di decostruire e denunciare i dogmi dell’unica religione del nostro tempo, il culto del mercato, signore e padrone delle nostre vite. Nell’ultimo testo che mi mandò per una iniziativa che avevo promosso – un testo politico, scritto insieme alla sua compagna Ilaria Boniburini – è messa a nudo con straordinaria efficacia la doppiezza mortifera del principale di quei dogmi: “Sviluppo non significa aumento della nostra capacità di ascoltare e comprendere gli altri, qualunque lingua essi adoperino, utilizzando insieme cervello e cuore: significa solo aumento della produzione e consumo di merci, aumento della ricchezza di chi produce e induce a consumare merci sempre più inutili, sacrificando per una merce inutile ma fonte di maggior ricchezza il produttore a un bene che veniva distrutto (un bosco antico per qualche tonnellata di legname, una città storica per una marea di turisti, un paesaggio di struggente bellezza per una selva di palazzoni o una marea di villette). Questo sviluppo, da un obiettivo è diventato una religione, una credenza cui tutti si inchinano obbedienti. In nome di questo sviluppo abbiamo invaso, saccheggiato, distrutto altre regioni e altri popoli, abbiamo trasformato paradisi in inferni da cui fuggire. E alla fine del ciclo abbiamo trasformato i fuggitivi da nostri simili in cerca di salvezza in nemici da abbattere”. In questa capacità di guardare con lucidità e sintesi straordinarie il buco nero che inghiotte il futuro del pianeta, la dignità di milioni di migranti e la nostra stessa umanità, sta l’eredità più preziosa di Salzano.

Per me, la lezione di Eddy più profonda, e insieme impervia, riguarda la capacità di tenere insieme – di più: di tenere in tensione – il più autorevole e profondo specialismo e la misura universale di un intellettuale capace di aprire quello specialismo a un impegno largo, tanto largo quanto il mondo grande e terribile che vogliamo cambiare. La parabola scientifica e politica di Edoardo Salzano dimostra nel modo più alto che la gabbia dello specialismo si può rompere: e insegna anche come farlo. Se egli ha potuto vedere con tanto anticipo e tanta lucidità il nesso intimo che unisce il governo dell’ambiente alla giustizia sociale per chi abita quell’ambiente, ebbene: non è forse per la conoscenza profonda che egli aveva di Venezia e della sua Laguna? L’apparente non modernità di Venezia come paradigma di una vera modernità: di un progresso che non corra verso la morte, ma verso la vita.

“L’Europa perde uno dopo l’altro i suoi direttori di coscienza”, scrisse Marcel Proust dopo la morte di John Ruskin: anche noi oggi ci sentiamo più soli, ancora più soli, senza le parole, le critiche, i richiami, le illuminazioni di Eddy.

Quante volte, già da domani, ci chiederemo cosa avrebbe detto, come avrebbe giudicato, con quali parole ci avrebbe esortato alla speranza e alla lotta. Eppure, lo avremo sempre con noi: con la forza tutta intera e dirompente di una lunga vita, saggia e giusta. Di una vita felice: riascoltiamolo: “Mi piace il mio lavoro: mettere insieme le cose con le parole dette e le parole scritte; raccontare e scrivere, parlare e proporre a proposito di città, territorio, ambiente, pianificazione. Facendo quel mestiere che ho cominciato, quasi per caso, molti anni fa”. Rileggiamola, una di quelle pagine: “Può succedere (ed è quello che accade nei nostri anni) che il politico assuma come valori da privilegiare non quelli dell’interesse collettivo e dell’equilibrio tra persona e società, ma quelli dell’individualismo liberato da ogni regola volta a garantire il perseguimento di interessi generali (come quello della giustizia sociale, della libertà per tutti, dell’espressione di ogni pensiero). In una simile situazione all’urbanista si aprono due strade: rimanere fedele ai principi propri del suo ruolo sociale, e allora entra in conflitto con quella politica che si è piegata ai venti dominanti; oppure piegarsi anche lui: che è quello che successo largamente in Italia, i nostri maestri sono diventati dei cattivi maestri”. Grazie, Eddy: per essere rimasto fedele sempre. Grazie per essere stato fino all’ultimo un maestro buono. Non sarà facile, ma proveremo a meritarci la luce che hai portato nelle nostre vite.

FQ    | 30 SETTEMBRE 2019