La ricomparsa del ministro nel “suo” dicastero sembra lasciar prevalere una logica economicistica legata alle politiche del settore. E sarebbe un errore gravissimo

La politica è davvero il regno del possibile. Ma anche dell’impossibile. Addii e ritorni sono

sempre in agguato. Nei palazzi del potere vi è sempre una porta pronta ad aprirsi o sbattere rumorosamente alle spalle, per poi riaprirsi e via di questo passo. Ormai l’abbiamo capito. I giochi, i tradimenti e le riappacificazioni, sono sempre lo sport preferito da chi abita i piani alti dello Stato, ma anche di quelli intermedi e bassi. E purtroppo abbiamo imparato a vedere, e constatare con mano, che i giochi e le alleanze si fanno e si disfano anche spalle dei cittadini e quindi anche alle spalle delle difficili realtà e dei problemi che attanagliano la nostra civiltà culturale. A farne le spese è sempre il nostro patrimonio di civiltà e di cultura, che da tempo sembra essere diventato sempre più un forziere da forzare, fatto di sole «potenzialità economiche», da usare e spremere in favore di un turismo, spesso irrispettoso e vandalo, come quello che ha spaccato la famosa “Barcaccia” del Bernini, quello che ha privatizzato per una sera la Reggia di Caserta per un matrimonio di gente straricca, con fiorai come novelli talebani, a cavalcioni di uno dei leoni della Scala Regia, o quello di chi ha deturpato il Battistero di Firenze con scritte a pennarello. E si potrebbero citare tanti altri esempi. Le nostre città d’arte sono politicamente interpretate in maniera distorta, come fossero dei veri e propri luna park da sfruttare in nome di un turismo non regolamentato, privo di etica, di cultura e d’identità. Si pensi, ad esempio, alle masse di turisti che affollano e soffocano i centri storici di Firenze, Venezia, Roma o Napoli, con grave pericolo per l’integrità dei monumenti. Tutto ciò soltanto per fare cassa, per vile sete di denaro, nel totale disprezzo della tutela di un insieme, delicato e straordinario, di testimonianze storico-artistiche, archeologiche e architettoniche aventi valore di civiltà. Così il tesoro culturale d’Italia, sempre più spesso, lo si è indebitamente e vergognosamente trasformato in un tesoro di natura esclusivamente economica e al servizio degli appetiti più assurdi, anche di privati privi di scrupoli, ma con il portafoglio gonfio, per fare stupide sfilate di moda, o cene, in monumenti storici di prestigio e per pochi Paperon de’ Paperoni che hanno messo anche le mani su tesori che appartengono a tutti, con grave rischio per la loro conservazione e la loro tutela. Pagando fior di quattrini per queste ignobili performance. E c’è chi osa vergognosamente definire «valorizzazione» tutto questo marciume etico. Ma la valorizzazione è ben altra cosa e parte dalla «tutela», altra parola che da qualche anno è diventata tabù. È quasi sparita dal lessico dei politici italiani, per natura allergici alla cultura e all’arte, con l’idea di ridurre il potere di controllo delle Soprintendenze, depotenziandole e rendendole quasi prive di ogni funzione di tutela e vigilanza, con tutto ciò che ne consegue. Il ministro Bonisoli aveva capito questo e stava incamminandosi su una strada che procedeva per il senso giusto, anche se timidamente, nel senso di ridare centralità alle soprintendenze, per una maggiore efficacia dell’azione di vigilanza e per un rientro della tutela tra le priorità ministeriali dei beni culturali. Con il rientro di Franceschini nello stesso ministero, a detta di molti esperti del settore, sembra che si voglia di nuovo far prevalere una logica economicistica legata ai beni culturali, non curandosi, invece, della tutela e della salvaguardia territoriale, attraverso una politica incentrata solo su poche realtà museali di “particolare importanza” e non guardando al museo diffuso che invece abbiamo in Italia. Una involuzione pericolosissima, a detta di esperti come i professori Tomaso Montanari e Salvatore Settis e di moltissimi funzionari del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Secondo questo punto di vista, si tratta della dimostrazione di come il Movimento 5 Stelle da una posizione critica nei confronti del precedente ministero Franceschini abbia, ora, cambiato completamente parere, rimettendolo al posto ministeriale da loro tanto criticato. Per molti osservatori tecnici, storici dell’arte, archeologi e architetti, si tratta di una chiara dimostrazione di incoerenza politica, legata alla “logica” delle spartizioni delle poltrone, di potere per il potere e nient’altro. Per molti esperti di beni culturali si tratta di una pericolosa involuzione. Essa metterebbe in pericolo l’attività di tutela giuridica delle preziose testimonianze culturali che ci sono giunte da un passato plurisecolare, con il rischio di fare cassa sulla storia e sull’arte e di distruggere a poco a poco quello che abbiamo di più prezioso: l’eredità spirituale di tutta l’Umanità. Ma tutti ci auguriamo che ciò non avvenga, almeno la speranza è sempre l’ultima a morire. E bisogna purtroppo constatare che su questa strada ci sono anche molti sindaci, e assessori, che intendono i beni culturali come cassa di risonanza per i propri interessi politico-elettoralistici e usano la cultura come strumento di propaganda personale.

 

I beni culturali e il ritorno di Franceschini