Lo storico dell’arte – La Via Appia messa a bando come un luna park dell’antichità  
 “Motus in fine velocior”: l’imminente fine del governo Conte 1 (qualunque cosa prenda il suo posto) ha impresso una convulsa accelerazione alla riorganizzazione del Mibac intrapresa dal

ministro Alberto Bonisoli. E, purtroppo, gli effetti della fretta si vedono. Innanzitutto nel metodo: i Beni culturali sono un ministero tecnico, ai cui vertici burocrati di lungo corso e di nessuna specializzazione rischiano di fare danni semplicemente perché non sanno su cosa mettono le mani. E questo ultimo decreto agostano è stato fatto così, alla Renzi: i sindacati sono stati solo informati, mentre il massimo organo consultivo del Ministero, il Consiglio Superiore dei Beni Culturali, nemmeno quello. E invece la voce di chi le cose le conosce avrebbe aiutato a non fare errori gravi.

Quello più sconcertante riguarda uno dei complessi monumentali più importanti del mondo, la Via Appia, che perde l’autonomia per essere messa a bando da Invitalia come una specie di luna park dell’antichità: un vero disastro. In generale, la scelta (duramente e pubblicamente contestata da Margherita Corrado, archeologa e senatrice pentastellata) di non mettere in discussione la pessima riforma Franceschini, ma solo di aggiustarla qua e là, ha condotto a mettere pezze spesso peggiori dei buchi. Come giustificare, per esempio, gli accorpamenti dei poli museali di regioni diverse (umiliata Matera, che si vede sottoposta a Bari proprio nell’anno che la doveva vedere protagonista), o la costruzione di piattaforme sensate solo sul piano commerciale (il Cenacolo di Leonardo dato a Brera!)? Per non parlare della scelta di creare una rete museale etrusca che fa capo a Villa Giulia, a Roma: demenziale sia per le tantissime cose etrusche che rimangono fuori (si pensi a Vetulonia o a Montefortino; o ai tanti siti emiliani…), sia per lo slabbramento che porterà in territori che si vedono sottrarre fette di patrimonio che sono parti vive di sistemi locali. Che lo si volesse o meno, infatti, si tratta di un altro duro colpo inferto alle Soprintendenze, tanto vituperate da Renzi e Franceschini e ora colpite anche dal fu governo del (non) cambiamento.

Si aggiungano un bando per assistenti alla vigilanza che non ha nemmeno provato a innalzare il livello (per esempio rendendo obbligatoria la laurea triennale nelle materie coinvolte); il possibile annullamento (provocato dalla crisi) dei vitali concorsi per i funzionari tecnici; la conferma ormai ovvia per la maggior parte dei direttori scelti al tempo di Franceschini con procedure grottesche; l’incapacità di capovolgere il senso della Scuola del Patrimonio (o di chiuderla, altrimenti); l’inerzia con cui la soprintendenza di Roma è stata abbandonata a una sorte indegna; la muta accettazione di direttori generali da paura… Si potrebbe continuare, ma la morale è che il passaggio del garbato e gentile Bonisoli – paralizzato dalle lotte di potere nel M5Stelle e dalle incrostazioni Mibac che non ha voluto eliminare – rischia di esser ricordato come un inconcludente tempo supplementare della partita di Franceschini. Un vero peccato.

 

FQ | 18 AGOSTO 2019