L’imminente entrata in vigore del DPCM Bonisoli (22 agosto) annuncia sostanziali modifiche all’organizzazione del MiBAC voluta dal precedente governo Renzi: tra gli obiettivi più

importanti, c’è sicuramente quello di uniformare a livello nazionale le varie politiche locali degli istituti periferici, centralizzando sul Collegio Romano la gestione e l’indirizzo delle funzioni più importanti esercitate dal ministero. La cosa, se fatta cum grano salis, potrebbe avere risvolti molto positivi, se solo si pensa a quanto la riforma Franceschini abbia determinato diseguaglianze e derive gestionali e personalistiche nell’ambito dei più importanti istituti, soprattutto a statuto autonomo. Tuttavia, in attesa di quei decreti attuativi che chiariranno in quali nuove forme i diversi uffici ministeriali saranno organizzati, si impongono a mio avviso alcune riflessioni che, nel frenetico turbinio di questa crisi politica agostana, toccano temi rimasti ai margini delle discussioni che ruotano attorno alla riforma Bonisoli: la natura e qualità culturale del ministero e il ruolo dei suoi funzionari tecnico-scientifici.

Il MiBAC, come noto, nasce alla fine del 1974 come ministero squisitamente tecnico-scientifico, per amministrare quel Patrimonio Culturale che appartiene di diritto a tutti i cittadini: la sua gestione, dunque, dovrebbe ricalcare il più possibile quella di Istituzioni comuni e di garanzia come la Presidenza della Repubblica, il Parlamento o la Corte Costituzionale, a tutela di una terzietà politica garantita dalla Costituzione e dei diritti inviolabili di ciascuno di noi. L’ovvio presupposto perché questo avvenga è che al suo interno lavorino e dirigano le attività tecnici preparati ed equilibrati, consapevoli che l’uso attualizzato e ideologico del Patrimonio può spesso prendere strade pericolose. Se questa è la strada maestra che il ministero ha seguito per i primi suoi decenni di vita, a partire dal nuovo Millennio abbiamo assistito a un deciso cambio di rotta, con l’avvio di una serie desultoria di modifiche, culminate finalmente nel primo quadro organico di riassetto rappresentato dalla riforma Franceschini. Questa riforma è stata dominata dall’idea, giusta di per sé, che la valorizzazione del Patrimonio fosse da rinnovare profondamente: si è proceduto così a organizzare gli istituti periferici del ministero separando la tutela dalla valorizzazione, creando per quest’ultima delle nuove realtà amministrative strutturate in modo ibrido, a metà tra un’azienda privata e una pubblica istituzione dotata di autonomia. L’idea di fondo era quella che dal Patrimonio si potesse e dovesse trarre un reddito: per molti soprattutto economico, per gli happy few anzitutto etico. Per farlo è stato ideato un sistema di reclutamento dei dirigenti che, ipocritamente, partiva dal tacito presupposto che quest’innovazione non potesse essere realizzata dal personale interno: troppo vecchio, impreparato alle novità e sclerotizzato su vecchie concezioni; meglio reclutare i migliori con dei concorsi internazionali, aperti anche a figure professionali più ibride ed eclettiche. La selezione dei dirigenti così, coperta dalla foglia di fico d’inappuntabili commissioni di esperti, è stata totalmente demandata alla politica di parte: a scegliere infatti il vincitore tra la terna finale dei selezionati è ora il ministro o un alto dirigente sotto il suo diretto controllo, col che si è di fatto assestato un colpo mortale al principio di indipendenza e competenza tecnico-scientifica delle politiche del MiBAC. Le scelte, infatti, sono state guidate da principi che oscillano dalla fedeltà politica alle dinamiche gentilizio-clientelari, passando ogni tanti, e per fortuna, anche per il vero merito. Il paradosso però, è che, pur andando in cerca di figure che svecchiassero il MiBAC e fossero all’altezza dei nuovi tempi, si son trovate figure decisamente più impreparate del personale interno al ministero: figure che, trattandosi di laureati in lettere vecchio ordinamento o stranieri ignari della PA italiana, poco o nulla sapevano di economia dei Beni Culturali, funzionamento del bilancio, DLgs 81/08, Legge 241/1990, museologia, progettazione, fund raising, fondi europei etc…ovvero di tutte le minime conoscenze necessarie per guidare bene quelle complesse macchine culturali che sono i musei dotati di speciale autonomia. Non è certo un caso, quindi, se le sperimentazioni migliori siano state quelle dirette da dirigenti interni al MiBAC. La politicizzazione della dirigenza ha comportato inoltre una parziale e inarrestabile perdita d’indipendenza da parte del MiBAC, evidentissima nel campo della tutela, dove l’indebolimento delle politiche ministeriali si è manifestato su tutto il territorio nazionale, con Roma a fare da triste capofila, ma dilagante ormai anche in quello della valorizzazione, con la mancanza di indirizzi unitari e il moltiplicarsi incontrollato di eventi e manifestazioni di inquietante volgarità. Fino ad ora, a parte le autovalutazioni della performance fatte dai dirigenti stessi e dalla DG Musei, per inciso impossibili da verificare su basi scientifiche e terze, non sappiamo quali siano stati i veri risultati di questi primi anni della riforma Franceschini: l’improvvisazione, quella che già quasi un secolo addietro Antonio Gramsci aveva stigmatizzato come male caratteristico degli intellettuali italiani, regna sovrana, trovando per fortuna ancora qualche argine felice in dirigenti e funzionari consapevoli del proprio ruolo e dotati della necessaria preparazione. 

Vorremmo quindi che la riforma Bonisoli affrontasse di petto questo nodo gordiano: che cosa intende essere oggi il MiBAC? Un recentissimo articolo di Vittorio Emiliani lancia un grido di dolore, ricordando nei toni quello lanciato da Theodor Mommsen al governo italiano sul destino di Roma all’indomani dell’Unità. Che fine ha fatto il ministero dei La Regina, degli Zevi, dei Guzzo, degli Urbani, delle Borrelli Vlad, degli Gnudi, delle Asso, degli Adamesteanu, si chiede oggi il giornalista? Al di là della sacrosanta necessità di ricalibrare e riorganizzare una struttura tramortita dall’improvvida e frettolosa riforma Franceschini, qual è il progetto culturale che il ministero intende portare avanti con il nuovo DPCM? Noi vorremmo che la tutela tornasse a essere lievito per lo sviluppo delle città e dei territori, strumento di riscatto e recupero per le periferie degradate e i non luoghi; vorremmo che la valorizzazione servisse alla crescita etica dei cittadini, alla maturazione del senso critico e della consapevolezza dei diritti e dei doveri di ciascuno di noi; vorremmo che il Patrimonio fosse volano per lo sviluppo dell’indotto economico di un territorio, non una rendita ereditata dai padri da consumare fino all’estinzione; vorremmo che alla cultura si tornasse a guardare con il dovuto rispetto; che la si smettesse di usare i luoghi del Patrimonio per contaminazioni straccione tra cultura alta e cultura bassa, che avevano un senso quarant’anni fa e che oggi sono solo il provinciale ritrovato di direttori ignoranti e a corto di idee; che si giungesse a gestire il Patrimonio come la casa di tutti, senza gelosie, chiusure o veti, ma anche senza quell’impeto di entusiasmo localistico e dilettantesco che a volte pervade il decentramento amministrativo. Vorremmo, per farla breve, che il MiBAC tornasse al suo ruolo di autorevole e indiscussa autorità culturale nazionale, con dirigenti, funzionari e personale all’altezza del proprio compito.

Perché questo accada, però, tra i tanti problemi ancora aperti, è necessario che si affronti lo spinosissimo tema dei funzionari tecnico-scientifici del ministero: archeologi, architetti, storici dell’arte, antropologi, bibliotecari, restauratori. Da sempre nerbo vitale del MiBAC, i funzionari tecnico-scientifici sono quelli che, da quando il ministero esiste, tengono sostanzialmente in piedi l’amministrazione del nostro immenso Patrimonio: dotati di spirito di abnegazione, appassionati del proprio lavoro talvolta fino al fanatismo, i funzionari lottano ogni giorno per conoscere, tutelare, conservare, valorizzare, divulgare il Patrimonio; spesso si assumono grosse responsabilità, a fronte di stipendi che paragonati a quelli di analoghe figure in altri ministeri fanno arrossire dalla vergogna. Da quando il ministero ha iniziato le sue interminabili convulsioni riformistiche, i funzionari sono certamente quelli che più di tutti hanno sofferto: diminuiti di numero vertiginosamente, hanno visto progressivamente crescere i propri carichi di lavoro fino a limiti intollerabili, specie sul fronte della tutela affidata alle SABAP; sballottati da un istituto all’altro, hanno perso e cambiato uffici, talvolta senza neppur sapere bene a quali nuovi incarichi fossero stati destinati. Nel caso degli istituti museali autonomi di nuova creazione, si sono ritrovati a dover svolgere compiti e mansioni che non solo non erano previsti da contratto, ma per cui nessuno era stato adeguatamente preparato: con la conseguente frustrazione di veder snaturata la propria identità professionale, senza riuscire sempre a consolarsi con gli stimoli e le nuove prospettive aperte dai nuovi modi di intendere la valorizzazione. Un tempo guidati da soprintendenti che, bene o male, tenevano la rotta, si sono ritrovati in alcuni casi a subire continui cambi di vertice, col risultato di non riuscire più a instaurare quel positivo rapporto di collaborazione integrata con i propri dirigenti che prima era invece consuetudine in tutte le soprintendenze. Soprattutto, con la riforma Franceschini i funzionari hanno perso ogni possibilità di crescita e promozione interna: venute a mancare le posizioni di funzionario direttore in buona parte degli istituti diventati autonomi, oggi i funzionari lavorano consapevoli che, con ogni probabilità, chiuderanno la loro carriera al ministero così come l’hanno cominciata. Da anni non si fanno concorsi veri per dirigente, cioè di quelli con esami duri e selettivi vagliati da una seria commissione. Le prospettive di vincere concorsi in modalità “Franceschini” sono pressoché nulle, essendo il merito un accessorio non sempre obbligatorio in queste procedure. Le progressioni economiche avanzano con tempi biblici e scatti millimetrici, la formazione permanente, pure fondamentale e necessaria se non si vogliono buttare all’aria anche le parti buone delle recenti riforme, un miraggio intermittente. Per non parlare degli istituti in cui la mancanza di risorse o di adeguata organizzazione costringe i funzionari a sopperire a proprie spese anche alle esigenze quotidiane del lavoro.

Pure, nel ripensare l’organizzazione del ministero, basterebbero poche e ben calibrate misure per ridare fiato ed entusiasmo ai suoi funzionari: potenziare e premiare il ruolo dei responsabili di area nelle SABAP facendone dei vicedirigenti, ripristinare la mansione di funzionario direttore in tutti gli istituti, stabilire premi di produzione proporzionati all’impegno e all’importanza dei lavori svolti, stanziare fondi permanenti per la formazione e la ricerca scientifica, prevedere una periodica rotazione di incarichi e ruoli che consenta l’arricchimento curriculare e la diversificazione funzionale, reperire fondi che permettano l’ammodernamento e la capillare diffusione di strumentazioni, software, tecnologie e mezzi oggi indispensabili a chiunque lavori nei BBCC. E queste sono solo alcune proposte possibili, che non mi sembrano però obiettivi impossibili: anzi, se mostrati a qualsiasi manager di una qualsiasi azienda sana, apparirebbero così scontati da suscitare l’ilarità dell’interlocutore. Sindacati e associazioni di categoria si facciano dunque promotori di richieste precise e perentorie; ma siamo noi funzionari che, singolarmente, uno per uno, abbiamo il dovere di uscire da questa palude per tornare a pretendere dalla politica e dalla dirigenza rispetto, fiducia, investimenti, possibilità.

Il Patrimonio Culturale è una risorsa indispensabile dell’Italia: i funzionari, una risorsa indispensabile del Patrimonio. Se questo concetto non diventerà a breve il mantra del MiBAC, non ci saranno riforme o riorganizzazioni che tengano: è questo che, dopo una vita di sacrifici e studi matti e disperatissimi, veramente tutti noi, funzionari e dirigenti, vogliamo?