Annullato il via libera della Soprintendenza. Quella zona deve rimanere verde 
 Alle Terme di Caracalla i romani giocavano… a scaricabarile. La vicenda del Mc Drive che si stava bellamente installando all’ombra delle Mura Aureliane è tragicomica, e apre uno spaccato
impietoso sul tasso di ignavia e incompetenza (sperando che il climax ascendente si fermi qua) di cui sono affette le nostre amministrazioni: per tacer della politica.

La storia è questa: il proprietario del vivaio Eurogarden presenta le pratiche per ospitare in ben 10.000 mq della sua proprietà una complessa e articolata struttura di ristorazione targata McDonald’s. Siamo in una delle poche zone del centro storico di Roma ancora integre, e l’impatto sociale, culturale e visivo di un simile non-luogo sarebbe stato devastante. Ma la presidente del I Municipio Sabrina Alfonsi, fedele al credo ultra-liberista del suo partito (il Pd) alza le mani: “Siamo nel libero mercato, un Mc Donald’s vale come un qualsiasi altro ristorante”. Compresa l’entità della gaffe, il mitico deputato Pd Michele Anzaldi prova a correggere il tiro attaccando “la politica di tutti colori: al Comune la sindaca M5S, al Municipio la presidente di centrosinistra, al Governo i ministri di Lega e M5S. Tutti hanno detto sì, senza problemi”. Beninteso, l’Anzaldi neoambientalista non ce l’ha certo con McDonald’s: “La catena che anzi ha dimostrato in parecchi centri storici italiani di rappresentare un’ottima soluzione per avere pasti economici a tutte le ore”. Quando si dice la coscienza ambientale e di classe.

Chiamata in causa Virginia Raggi “chiede agli uffici competenti di predisporre una comunicazione ufficiale per il Municipio I in cui si richiede la sospensione del progetto esecutivo” (così la Repubblica).

Ma in questa sorta di fiera dell’est dello scaricabarile, ecco che ieri il soprintendente Prosperetti “ha sbugiardato il Comune: non soltanto sapeva della richiesta di realizzare un McDrive a Caracalla, ma con lettera del 28 febbraio 2018 il Dipartimento Urbanistica del Campidoglio avrebbe addirittura dato un sostanziale nulla osta al cambio di destinazione d’uso che apre la strada al fast food nel pieno dell’area archeologica” (parole di Ansaldi). La cosa più notevole di questo edificante palleggio è che tutti si accusano, ma nessuno prova a risolvere il problema.

Fino a ieri, quando finalmente la palla è arrivata a qualcuno che ha la scienza e la coscienza necessaria: Gino Famiglietti, direttore generale dei Beni Culturali. Che ha clamorosamente annullato il via libera che proprio Prosperetti aveva concesso il 24 luglio 2018, e ha avocato a sé la tutela dell’intera area delle Terme di Caracalla.

Famiglietti ha visto ciò che nessuno aveva voluto vedere: e cioè che l’area rientra in un vincolo paesaggistico – apposto dalla Regione Lazio nel 2010 – che prescrive la delocalizzazione dei vivai esistenti e la sistemazione della zona “a prato” (non a McDonald’s!). Un vincolo che fa scattare l’articolo 146 del Codice dei Beni Culturali, che proibisce modificazioni come quella prospettata e impone a Comune e a Soprintendenza di vagliare in questo senso le eventuali domande: cosa che entrambi gli enti si sono ben guardati dal fare.

Insomma, una dimostrazione plateale di incompetenza (se va bene) che l’annullamento Mibac fotografa con obiettività impietosa. Siamo di fronte all’ennesima pubblica umiliazione per il soprintendente di Roma Prosperetti, peraltro appena rinviato a giudizio nell’ambito della vicenda dello Stadio della Roma: e ci si chiede cosa aspetti il ministro Bonisoli a sospenderlo, e a trovare una soluzione adeguata per la tutela della Capitale.

Lieto fine? Sì, perché quel McDonald’s non si farà: oggi stesso sarà bloccato il cantiere. Ma proprio oggi Gino Famiglietti va in pensione: e con questo funzionario esemplare, al quale i cittadini italiani non saranno mai abbastanza grati, rischia di uscire di scena la tutela stessa. Di Roma, e non solo.

 

FQ, 31 luglio 2019