È importante parlare di Pompei quando non lo fa nessuno. In Italia, il giornalismo sul patrimonio culturale è o emergenziale (crollo a Pompei) o apologetico (“Rivoluzione a Pompei: tutto va bene!”). La città morta vesuviana è forse il luogo dove appare nel modo più clamoroso

la nostra estraneità al patrimonio culturale. Dove le bombe inesplose potrebbero continuare a dormire per decenni, prima che i nostri scavi le raggiungano.

Una bomba inesplosa è, a pensarci, una metafora perfetta per una città antica che ancora dorme sottoterra, per un patrimonio le cui potenzialità culturali, civili, politiche nel senso più alto rimangono inattuate. A partire dal secondo paradosso che l’inchiesta di Sherlock finalmente ha messo in luce con terribile evidenza: a Pompei la città dei morti sembra quella dei 25.000 abitanti raccolti intorno al santuario. Non è mai esistita una politica culturale che provasse a legare le due Pompei: e quando, pochi mesi fa, un gruppo di ragazzi pompeiani ha proposto un accesso agevolato dei residenti agli scavi, non è stato neanche ricevuto dal soprintendente. Eccola, una rivoluzione possibile: fare amare Pompei – e tutto il patrimonio culturale italiano – dal “prossimo suo”. E cioè da chi le vive accanto, senza accorgersene. Se smettessimo di misurare il successo dei direttori dei grandi siti culturali italiani dal successo al botteghino (i biglietti venduti), e iniziassimo a valutarli dalle ricadute cognitive, dalla coesione sociale e dalla felicità indotte nei residenti del territorio dove si trova il loro sito, ebbene inizieremmo ad avvicinarci al progetto della Costituzione sul patrimonio culturale. E invece ne siamo lontanissimi, e un muro invisibile ma invalicabile continua a dividere le due Pompei.

Ci sono altre partite cruciali che (anche) a Pompei continuiamo a perdere. Quella forse più importante riguarda le persone che ci lavorano. Tendiamo a non pensare mai che il patrimonio culturale sia un luogo di lavoro, dove si combatte per la dignità e per i diritti dei lavoratori. E invece, forse, è proprio questo il punto più importante. C’è il personale della vigilanza: gestito da Ales, società strumentale del ministero per i Beni culturali che può agire come un privato, e dunque usando e abusando del lavoro precario, a tempo, a diritti ridotti… Laureati e dottorati che per disperazione accettano di fare i custodi, e che si trovano con un compito immane: per il loro numero terribilmente esiguo (quando Renzi venne a inaugurare le “nuove” domus, altrettante delle “vecchie” furono chiuse, per mancanza di personale); per il totale abbandono a se stesso di un pubblico difficile da gestire (frequentissimi gli alterchi con visitatori che pretendono di fumare negli scavi, per dirne una); per gli stipendi risibili. E poi il problema dei problemi: quello della comunità scientifica residente, che oggi si conta sulle dita delle mani e che dunque è invariabilmente oberata dalla gestione dell’esistente.

In qualunque altro Paese occidentale, Pompei sarebbe diventato da decenni il più importante centro di ricerca archeologico, con centinaia di studiosi di varie competenze – archeologi, ma anche filologi, storici e mille altri – assunti a tempo indeterminato. E non solo umanisti: perché se è vero che non esiste un altro laboratorio “naturale” altrettanto vasto e promettente per la conoscenza del mondo antico, è anche vero che salvare una città antica ritornata alla luce e oggi senza né tetti, né fogne è una sfida tecnologica appassionante.

Se avessimo la capacità di fare sistema e avviare una vera ricerca, Pompei potrebbe ancora essere la nostra “corsa alla Luna”. Non il merchandising, il marketing delle pubbliche relazioni, il circuito parassitario e clientelare dei “servizi aggiuntivi”: ma ingegneri, fisici, chimici e tanti altri ricercatori, a inventare soluzioni innovative che avrebbero mille ricadute per la vita quotidiana e l’industria italiane. Invece nulla, la bomba di Pompei rimane sepolta e inesplosa: fino a quando?

 

FQ, 10 Luglio 2019