“Capita a volte che niente sia più falso della verità”.

(da “La fuga del signor Monde” di Georges Simenon – Adelphi, 2011 – pag. 154)

Poco meno di 25 anni fa, il 3 dicembre 1995, scrissi un “neretto” nelle pagine dei Commenti su

Repubblica intitolato “Venezia a rischio”. Era bastata una falla nella tubatura di un oleodotto al Petrolchimico di Porto Marghera per mettere in allarme la città e l’intera laguna. Quella volta, fortunatamente, il pericolo rientrò. I tecnici provvidero tempestivamente a circoscrivere la chiazza d’olio e la Serenissima tirò un sospiro di sollievo.

In realtà, osservai in quel breve commento, “il problema e la minaccia continuano a incombere sull’ecosistema lagunare. Venezia è a rischio. Non solo e non tanto a causa delle acque alte e delle mareggiate, quanto per il traffico delle petroliere che attraversano il Canal Grande”. Quella era, evidentemente, un’iperbole che riprendeva gli allarmi lanciati dagli esperti e anche dagli amministratori locali, senza trovare tuttavia una soluzione. Tant’è che già nel ’90 il Consorzio Venezia Nuova aveva elaborato un progetto con l’obiettivo prioritario di allontanare le petroliere dalla laguna.

Non si trattava, insomma, di una fake news come quelle che dilagano in Rete e sui social network. Oggi, al posto delle petroliere, si parla delle grandi navi da crociera, quei “grattacieli galleggianti” che ospitano migliaia di passeggeri in vacanza, di stazza pari o anche superiore alla “Msc Opera” che domenica scorsa s’è schiantata su un battello turistico ormeggiato nel canale della Giudecca, provocando un incidente navale su cui la Procura di Venezia ha aperto un’indagine per “danneggiamento con pericolo colposo di naufragio”. E per fortuna, anche questa volta tutto s’è risolto con molto spavento e pochi danni, rischiando però una figuraccia su scala mondiale.

Non è stata sufficiente – dunque – la campagna fotografica di Berengo Gardin, con le sue immagini-choc censurate dal sindaco Luigi Brugnaro, per fermare le navi da crociera in laguna. Anche venticinque anni fa, all’epoca delle polemiche sulle petroliere, il suo più illustre predecessore Massimo Cacciari reagì piccato alle denunce giornalistiche, per contestare in una lettera apparsa sulla stessa Repubblica il 5 dicembre ’95 che “il Canal Grande non è mai stato solcato da petroliere, o altro tipo di navi, né mai potrà esserlo”, fornendo a riprova le misure della larghezza e della profondità del medesimo. E così concludeva: “Il modo in cui tutta, o quasi, la grande stampa continua a seguire i problemi di Venezia, a colpi di apocalittici allarmismi alternati da cartolinesche banalità, è – se mi si permette – veramente scandaloso”. Con il rispetto dovuto a un intellettuale come Cacciari, mi limitai a replicare che non si trattava di discutere su “una metafora che per quanto iperbolica non poteva e non può destare equivoci: le dimensioni del Canal Grande non hanno evidentemente nulla a che fare con il suo valore simbolico”.

Quella delle petroliere prima e delle navi da crociera poi nella laguna di Venezia è una storia emblematica del cortocircuito mediatico che spesso scatta fra la politica e l’informazione sulle questioni dell’ambiente. Anche le foto a effetto di Gardin, realizzate con il teleobiettivo per “schiacciare” la sagoma incombente dei “grattacieli galleggianti” sullo sfondo dei palazzi di Venezia, rappresentano una metafora o un’iperbole. Ma purtroppo sono terribilmente reali. E se invece di essere contestate o censurate fossero state accolte come una denuncia a cui dare seguito, ora la Serenissima potrebbe stare molto più serena.

FQ  | 8 Giugno 2019