Gentile Ministro, nel giorno in cui sono stati resi noti i nomi dei nuovi direttori di Pompei e del Parco dell’Appia Antica, il 22 maggio scorso, ho diffuso il comunicato stampa che prelude al

deposito di un’interrogazione, rivolta alla Sua attenzione, sulle procedure di reclutamento adottate per la selezione che ha rinnovato i direttori di sei dei principali musei e aree archeologiche statali. 

Mi è stato rimproverato, dai ‘miei’, il merito e il metodo, adducendo, quanto al secondo, un tempismo inopportuno. Rivendico invece quella scelta. È vero che ho voluto attendere le ultime due nomine prima di rendere note le mie intenzioni, e l’ho fatto per non turbare lo svolgimento del concorso ormai in atto da mesi senza che alcuno, a mia conoscenza, si fosse posto il problema della sua stridente contraddizione con i principi di trasparenza e merito che M5S propugna da sempre. Aspettare oltre quella data, però, avrebbe significato rischiare che il mio appello fosse confuso con la denuncia dei candidati esclusi dalle terne a Lei presentate per la scelta finale. Esclusi a torto, perché il bando e i verbali delle prove dicono questo, almeno nel caso che ho verificato direttamente. E il documento dell’Unione Nazionale dei Dirigenti dello Stato (UNADIS), che ieri Le ha rivolto dieci domande stringenti, insoddisfatta delle Sue spiegazioni alla Camera, conferma e conforta le mie perplessità, forte di competenze tecniche che io non possiedo. 

Ho letto i verbali della selezione per la Reggia di Caserta prima che fosse data evidenza pubblica al ricorso del candidato Antonio Tarasco, fondato proprio sull’esito dell’accesso agli atti. Il giorno stesso ho chiesto, inutilmente, di potere affrontare l’argomento con Lei prima che fosse ufficializzata la nomina del candidato prescelto. Se mi fosse stato consentito, l’avrei pregata di annullare in autotutela la selezione, dato il fondato sospetto di una scorretta gestione della procedura di conferimento degli incarichi, quella che contesto proprio perché vuol dare parvenza di selezione pubblica ad una modalità di nomina ad libitum che non esclude, anzi sembra favorire, chi non ha ruoli dirigenziali nel MiBAC o addirittura è estraneo alla P.A.

Conosco il dirigente Antonio Tarasco dal 2015, quando, insieme al suo collega archeologo Luigi La Rocca, fu incaricato di un’ispezione a Capo Colonna di Crotone. Il cantiere che, nel parco archeologico del santuario magno-greco di Hera Lacinia, realizzava un progetto di presunta valorizzazione, finanziato con l’APQ SPA 2.4, era allora occupato da decine di cittadini contrari alla cementificazione dell’area forense della città romana succeduta al santuario. Tutti e cinque gli interventi in progetto, uno solo dei quali realmente funzionale, gli altri inutili o dannosi, e tutti con costi gonfiati, erano stati pensati e gestiti interamente dagli uffici del MiBAC.

Alla luce di tale esperienza, che mi vide, da crotonese e da archeologa, in prima fila nella difesa dell’interesse pubblico – quello dei cittadini italiani e non del dicastero allora guidato da Franceschini! -, e sostenuta quasi solo dai parlamentari calabresi del M5S, non mi stupisco più della schizofrenia che serpeggia nel MiBAC. So, infatti, che accanto alla parzialità e all’arroganza di alcuni, vi albergano anche correttezza e buon senso, e che quest’ultimo finisce sempre per prevalere.

Tarasco e La Rocca, con la loro relazione che condivideva in toto le rimostranze della comunità locale, ebbero un ruolo importante nello sviluppo successivo della vicenda di Capo Colonna, risolta più tardi, anche grazie al clamore mediatico suscitato dal FAI e da G.A. Stella, dal neo-direttore generale Famiglietti con un sano e fattivo mea culpa. Tutti loro interpretarono davvero “con disciplina e onore” i rispettivi incarichi, assumendosi ciascuno le proprie responsabilità, senza timore di contraddire le decisioni sbagliate assunte negli uffici territoriali in fase progettuale e ribadite, contro ogni logica, dal precedente direttore generale nonché dal decisore politico e dai suoi scherani al montare della protesta popolare.  

Tornando allo pseudo-concorso per il rinnovo dei sei direttori dei musei nazionali, non conosco l’altra ricorrente né i documenti che la riguardano ma il fatto stesso che un dirigente e una funzionaria del MiBAC abbiano ritenuto di contestare la legittimità delle Sue nomine, ignorando il temuto “decreto bavaglio” ed esponendosi alla meschina riprovazione della massa acritica, a più o meno velate minacce di ritorsione e a certe ironie quantomeno ineleganti dei vertici ministeriali, mi fa pensare che entrambi meritino da parte Sua un’attenzione scevra da preconcetti e una risposta (anche politica) più seria di quelle ricevute finora. 

Concordo con l’UNADIS che la pubblicazione di tutti i verbali della commissione esaminatrice dei candidati per la Reggia di Caserta (comprensivi della registrazione/trascrizione delle prove orali) si rende indispensabile, non fosse altro per la delicatezza degli incarichi dirigenziali pubblici di livello generale messi a bando. 

Non fare l’interesse della P.A., ma soprattutto alimentare nella società, come ebbe a scrivere un mio illustre conterraneo, la più grande delle disperazioni, cioè il dubbio che essere onesti sia inutile, sarebbe un errore imperdonabile da parte di chi incarna, nel dicastero che ha accettato di guidare, quel cambiamento sostanziale, di approccio e di metodo prima ancora che di indirizzo politico, per il quale il M5S ha ottenuto dagli elettori il diritto a decidere anche del mandato che Le è stato conferito. 

Confido, per come La conosco da un anno in qua, che anche in questo caso vorrà porre l’interesse pubblico al centro della Sua azione, dando corso a quella salutare discontinuità con la precedente gestione del dicastero che tutto il mondo dei Beni Culturali reclama e per la quale ha dato fiducia al M5S il 4 marzo 2018. 

 

Senatrice Margherita Corrado, commissione cultura, Movimento 5S