ROMA – Un buco nero potrebbe inghiottire e mettere a repentaglio i laboratori di restauro della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della città metropolitana di Bari (Sabap–Ba), una delle realtà più importanti e rappresentative nell’ambito del restauro e della conservazione dei beni culturali. Una storia

tipicamente italiana. A rimanere a terra è uno dei poli d’eccellenza di quello che dovrebbe essere un settore tutelato e valorizzato e rischia invece di essere spazzato via dalla poca lungimiranza del sistema pubblico. «I funzionari restauratori non soltanto collaborano alla formazione di nuovi restauratori, ma promuovono attività di ricerca storico-scientifica nell’ambito dei beni culturali», spiega Matteo Scagliarini, coordinatore Mibact della Funzione Pubblica Cgil Puglia.

Davvero a breve rimarrà una sola restauratrice nei laboratori della Sabap-Ba?
«Purtroppo sì. È entrata in servizio nel 2018 attraverso l’ultimo concorso del Ministero dei Beni culturali, ed erano circa 20 anni che non ne veniva bandito uno. Al momento sono in 9, all’inizio del 2020 resterà da sola: andranno tutti in pensione».

Quali sono le mansioni di un funzionario restauratore all’interno di una Soprintendenza?
«È fondamentale il suo elevato livello professionale nei pareri tecnici delle attività ispettive o di valutazione. Progetta, dirige, esegue e collauda interventi di conservazione, manutenzione, restauro, trasferimento e movimentazione dei beni, valorizzazione e musealizzazione dei beni culturali».

La situazione della Sabap-BA riguarda altri laboratori di restauro sul territorio pugliese?
«È gravissima a Bari e Taranto, ma è tutto il sistema del restauro pugliese a essere in pericolo. Anche nel laboratorio di legatoria e restauro dell’Archivio di Stato di Bari rimarrà una sola restauratrice, stessa situazione al Museo Nazionale Archeologico di Taranto. Sempre a Taranto rischia la chiusura il laboratorio di restauro dell’ex Soprintendenza Archeologica che ora ha solo un assistente tecnico che andrà in pensione nel 2020.
Di tutte le Soprintendenze solo quella di Bari è dotata di laboratori attrezzati, nati con la volontà di affidare i lavori in primo luogo alla competenza dei restauratori dello Stato».

Perché questa situazione?
«È dovuta al blocco delle assunzioni che per 10 anni ha impedito l’immissione nella PA di nuove leve, non c’è stato un regolare passaggio generazionale. Tra i nuovi funzionari restauratori assunti e il personale in pensione c’è una differenza media di circa 30 anni».

Si sta facendo qualcosa per impedire che questo accada?
«Come coordinatore Mibact della Fp Cgil Puglia cerco di sensibilizzare l’opinione pubblica, perché tutto questo può trasformarsi in un punto di non ritorno per il patrimonio culturale della nostra regione. Si pensa anche a una mobilitazione dei lavoratori e di chi ha a cuore il patrimonio culturale del nostro paese».

Beni culturali, generazione perduta: dal 2020 a Bari solo una restauratrice