La Corte dei Conti condanna l’ex commissario Fiori: «Valorizzare non è sfruttare… La valorizzazione del bene culturale non può essere assimilata al mero “sfruttamento” dello stesso per fini di natura imprenditoriale-commerciale»

Lo show: questo era l’obiettivo della ristrutturazione edilizia in tufo e cemento armato del Teatro Grande di Pompei. Lo show con le luci e le scene e i violini e l’orchestra… Ma è questo il modo di «valorizzare» un tesoro planetario? Mettendo in secondo piano la tutela? No, risponde la Corte dei Conti. Che condanna l’ex commissario Marcello Fiori, scelto anni fa da Sandro Bondi e dal governo Berlusconi per «rilanciare» il sito archeologico, con parole durissime. E gli impone un risarcimento di 400.000 euro. Che (forse) potrebbero far passare finalmente la voglia, ai soprintendenti di manica troppo larga, di dare la precedenza alle baracconate che odorano di soldi invece che alla custodia del nostro immenso patrimonio.

La denuncia

Poco dopo il presidente dell’Osservatorio archeologico Antonio Irlando scrive al ministero denunciando «lavori definiti nella tabella-cantiere “Restauro e sistemazione per spettacoli del complesso dei teatri in Pompei Scavi” che hanno sin qui comportato evidenti stravolgimenti dello stato originario» in particolare della cavea, che rispetto alle foto precedenti «risulta completamente costruita ex novo con mattoni in tufo di moderna fattura». Con cordoli vistosi di cemento armato.
Non bastasse, per ospitare la «prima» di quello che era stato l’antico teatro, dotato di gradinate di legno rimovibili fino al rifacimento cementizio, vengono posati dietro scena immensi container per le attrezzature e i camerini dell’orchestra diretta da Riccardo Muti invitato per l’inaugurazione. Il tutto benedetto da un accordo per «valorizzare» Pompei con un intervento destinato a «trasformare il Teatro Grande in un’Arena di Verona del Sud». Legata al «San Carlo». Dov’era commissario Salvo Nastasi, poi infilzato da Paolo Isotta per altre ristrutturazioni tra le quali la costruzione di un bar («distruzioni, andrebbero chiamate») nel mitico teatro napoletano. «Provvisori»: così dissero sarebbero stati quegli osceni container metallici nel cuore dell’area archeologica. Sono passati nove anni. Sono ancora lì.

La spesa

Spesa finale per la ristrutturazione del teatro, che inizialmente doveva costare 449.882 euro più Iva, più tutto il resto? Risponde la sentenza appena uscita della Terza Sezione Giurisdizionale Centrale d’Appello: 5.778.939 euro. Una tombola. Da sommarsi ad altre «spesucce» della gestione commissariale. Come i 102.963 euro spesi per il censimento di 55 randagi: 1.872 a cane. O i 55 mila spesi per farsi produrre dalla cantina Mastroberardino mille bottiglie di vino «Villa dei misteri Igt» ritrovate dalla successiva soprintendenza nei magazzini. O i 3.762 euro destinati all’acquisto di semi dall’Antica Erboristeria Pompeiana, forse per fare rifiorire negli antichi giardini…
Certo è che la sentenza, scritta dal consigliere Cristiana Rondoni e firmata dal presidente Angelo Canale, lancia accuse a raffica sui ricorsi alla procedura negoziata «senza la previa pubblicazione di un bando di gara» possibile «solo in presenza di circostanze impreviste ed imprevedibili». E ancora sull’«uso abnorme dei poteri derogatori» intestati all’allora commissario per «porre in essere un’operazione secondo la Procura inutilmente dispendiosa per le casse erariali» e «gravemente lesiva dell’interesse generale». E su «una spesa di oltre 1,5 milioni di euro» dove c’erano stati «illeciti “ricarichi” per oltre 700.000 euro corrispondenti al 44% del valore delle forniture». E ancora e ancora…

Il verdetto

E così, dissentendo dal verdetto precedente favorevole al commissario, la nuova sentenza batte e ribatte soprattutto su cosa significhi «valorizzare» un bene del nostro patrimonio: «La valorizzazione del bene culturale non può essere assimilata al mero “sfruttamento” dello stesso per fini di natura imprenditoriale-commerciale, né deve in alcun modo alterare le caratteristiche fisiche del bene o ridurne la fruibilità pubblica, posto che il bene culturale, e soprattutto quello archeologico che cristallizza la nostra storia, resta sempre il bene pubblico per eccellenza». Tanto più se certi costi stratosferici possono trovare «una logica spiegazione solo nella volontà di chiudere l’esperienza commissariale, di lì a pochi giorni, in modo — è il caso di dirlo — spettacolare».
Peggio, per seguire il programma e i tempi che si era dato, certo di contare sul «conseguimento urgente di sponsorizzazioni», Fiori si occupò più che altro delle «specifiche tecniche per l’allestimento scenico» senza più curarsi dell’impegno preso «di verificare le compatibilità dell’iniziativa con le esigenze di tutela del bene archeologico».

Sopra ogni regola

Insomma, pur di fare in fretta, dice la sentenza, «Fiori passò sopra tutto, sopra le regole stabilite dalle stesse ordinanze di Protezione Civile, sopra le norme in materia di appalti, sopra il codice dei Beni Culturali, sopra le competenze e le preoccupazioni della commissione generale d’indirizzo e coordinamento, sopra i principi generali che comunque presiedono all’impiego di risorse pubbliche anche in regime derogatorio, sopra la prudenza»…

Il pagamento

Risultato finale: la condanna dell’ex plenipotenziario pompeiano «al pagamento di euro 400.000». Una brutta botta. Più ancora che il destino processuale di Marcello Fiori, che Silvio Berlusconi scelse inizialmente dopo la batosta delle politiche 2013 come l’uomo cui affidare i circoli da cui sarebbe partita la ricostruzione della destra e di Forza Italia, la sentenza potrebbe segnare una svolta sul tema della tutela dei nostri tesori. Dio sa quanto possa essere importante «valorizzare» una ricchezza che appartiene a tutti i cittadini. Proprio per questo, però, quella ricchezza va prima di tutto rispettata.

 
Corriere della Sera, 29 Aprile 2019