Qualche avvisaglia del saccheggio in arrivo l’aveva data con un’intervista al Sole 24 Ore di qualche giorno fa il prefetto Riccardo Carpino, direttore dell’Agenzia del Demanio, annunciando

nuove dismissioni (le chiamano valorizzazioni) di migliaia di immobili pubblici. Qualche settimana prima, il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, aveva spostato ad altro incarico il dirigente comunale ai Beni comuni, Fabio Pascapè, architetto delle delibere sui beni comuni urbani della Città di Napoli e responsabile Regionale del Comitato Rodotà (www.benipubbliciecomuni.it).

Il 31 marzo una delibera unanime della giunta, presenti tutti gli assessori, varava un piano di dismissione di 479 cespiti immobiliari fra cui due beni, il lido di Pola (progressivo 262) e il Carcere Filangieri (progressivo 241) utilizzati da anni dai cittadini con attività di altissima reddittività sociale. Per questo tali beni furono dichiarati “beni comuni” e “usi civici urbani” nella celebre delibera 446 del 2016. In apparente contraddizione il 2 aprile scorso veniva inaugurato il nuovo “osservatorio per i beni comuni” della città di Napoli e posto al suo vertice un giovane giurista dell’Asilo Filangieri (da non confondersi col carcere dove l’esperienza di uso civico si chiama Scugnizzo liberato). A seguito delle notizie di stampa circa la dismissione dei due immobili, il Comune di Napoli con una nota del 7 aprile nondimeno rivendica il proprio ruolo di capitale dei beni comuni, accusando i propri uffici di errore materiale per l’inserimento di Lido e Scugnizzo nella delibera di dismissione. Ovviamente ciò non toglie che altri 477 beni pubblici verranno probabilmente venduti (meglio svenduti) pagando le solite sostanziose fees ai facilitatori privati di queste operazioni (nel 2006 la Corte dei Conti le ha stimate al 46% del valore!). Né soprattutto ciò toglie che le delibere comunali, che dichiarano certi immobili beni comuni o usi civici urbani, non abbiano alcuna vera forza giuridica quando muta la maggioranza o il primo cittadino cambia idea. Oggi nessuno infatti può impugnare tali privatizzazioni (anche se di beni demaniali), cosa che diventerebbe invece possibile per tutti se il disegno di legge Rodotà, su cui si raccolgono le firme, diventasse legge.

Ciò che si è clamorosamente verificato a Napoli è un problema istituzionale che va ben oltre la sincerità di questo o quell’amministratore locale. Simili dismissioni, completamente discrezionali per gli enti pubblici titolari dei beni pubblici (circa il 70% degli immobili pubblici sono comunali) avverranno sempre più intensamente, perché il pubblico oggi è alla mercé dei poteri privati organizzati e nessuna legge limita le sdemanializzazioni a loro vantaggio (molto spesso la forza coi deboli prova a nascondere la debolezza verso i forti). Per esempio, l’ estesissima area ex ferroviara di Saronno, messa in vendita per 22 milioni, potrebbe essere aggiudicata per poco più di tre a speculatori e palazzinari.

Da anni i giuristi denunciano l’obsolescenza del Codice Civile nelle parti relative al Demanio e al Patrimonio pubblico; con la Commissione Rodotà avevamo trovato nei beni comuni (oltre il pubblico e il privato) la sola possibile architrave di resistenza al saccheggio. Con il Referendum del 2011 il popolo aveva accolto la nostra impostazione dicendo basta alle privatizzazioni neoliberali dei beni comuni (allora era stata l’acqua in prima linea). Napoli aveva faticosamente portato avanti, in un quadro legislativo nazionale avverso, una coraggiosa sperimentazione locale (compresa la ripubblicizzazione dell’acquedotto). Lo stesso Statuto comunale nel 2011 fu all’unanimità modificato, inserendo tra i valori fondativi la nozione dei beni comuni elaborata dalla Commissione Rodotà.

La questione non può restare locale. È necessaria con estrema urgenza una legge nazionale che modifichi il Codice, protegga la dimensione sociale ed ecologica del nostro diritto dei beni riservandone le utilità alle generazioni future. Solo così si possono blindare i beni pubblici nei confronti di svendite truffaldine, legalizzate dalla debolezza del demanio.

Quanto sta succedendo nella Capitale dei beni comuni, obbliga tutti ad abbandonare finalmente distinguo, particolarismi e nostalgie (del demanio) per mettere in campo intorno alla legge di iniziativa popolare Rodotà un fronte unico capace di conquistare milioni di firme per fermare il saccheggio dei nostri beni e garantirli per le generazioni che verranno.

FQ   | 10 Aprile 2019