Concorso del museo parigino – Per il vincitore, dopo la chiusura serale, aperitivo e cena nelle sale e notte all’interno della “Pyramide”

“Una notte con Monna Lisa: Airbnb e il Museo del Louvre rivelano un’esperienza inedita del museo. Per festeggiare i 30 anni della Pyramide, il Louvre si associa a Airbnb per offrire un accesso esclusivo al museo e ai suoi capolavori”.
Il sito ufficiale del Louvre ha indetto il concorso, aperto dal 3 al 12 aprile: si trattava di scrivere, in poche righe, perché il candidato si riteneva l’invitato ideale di Monna Lisa.

La coppia che avrà vinto entrerà nel Louvre dopo la chiusura serale, godrà di un aperitivo di fronte alla Gioconda, di una cena di fronte alla Venere di Milo, di un concerto negli appartamenti di Napoleone III, e poi passerà la notte in una piccola piramide costruita sotto la Pyramide. Ed è solo l’inizio, annuncia ancora il sito, di uno strettissimo rapporto tra il museo e la grande impresa pseudo alberghiera.

È difficile anche solo elencare le tantissime ragioni per cui si tratta di un’idea aberrante, che segna – dopo tante altre iniziative assai discutibili – il passaggio del Louvre al “lato oscuro della forza”, cioè all’uso regressivo, diseducativo e perfino distruttivo del patrimonio culturale e del suo potentissimo immaginario.

Il motto dell’iniziativa potrebbe essere “una lotteria del lusso estremo”. Per anni si è costruita la retorica dell’accesso “esclusivo” al patrimonio culturale: in un ritorno all’antico regime, a prima delle costituzioni novecentesche, i grandi ricchi possono di nuovo fare quello che vogliono dei beni comuni culturali. Feste esclusive nei musei, accessi riservati, addirittura mostre delle proprie “opere d’arte” in luoghi di culto.

A Beyoncé e Jay-Z è stato consentito di trascorrere una notte con la Gioconda. E al misterioso donatore Ahae fu concesso di esporre le proprie fotografie naturalistiche sotto l’egida del Louvre: salvo poi scoprire che si trattava di YooByung-e un, milionario e predicatore sudcoreano che poi morirà inseguito dalla polizia, dopo la tragedia dell’affondamento di un suo battello cui era stato aggiunto un ponte abusivo che impedì l’evacuazione dei passeggeri.

Il messaggio è chiaro: il denaro può comprare tutto. E nella stagione “culturale” in cui gli oligarchi russi fanno a gara a farsi lavare le Ferrari con lo champagne da modelle nude, i musei si adeguano, compiendo un passo ulteriore: consentire, tramite un concorso, di essere oligarchi per un giorno. Prima si crea il modello “esclusivo”, e lo si rende desiderabile: poi si gioca con la frustrazione collettiva, gettando al popolo senza pane qualche brioche. Difficile capire come tutto questo c’entri con la missione di un grande istituto di ricerca e di condivisione della conoscenza qual è il Louvre.

E poi c’è un problema non meno rilevante: la scelta del partner, Airbnb.

La città di Parigi è in prima fila nella lotta internazionale contro questo colosso alberghiero mascherato, che è uno dei principali responsabili della turistificazione delle città. L’assessore alla casa parigino Ian Brossat ha scritto un bel libro (Airbnb, la villeuberisée, 2018) in cui mostra come, “allontanandosi dalla sua promessa iniziale, l’economia di condivisione è divenuta una economia di predazione: Parigi ha visto sparire 20.000 alloggi, inghiottiti dalla piattaforma Airbnb, che ne ha fatto la sua prima destinazione mondiale”.

Le conseguenze di questa uberizzazione della città sono “speculazione edilizia, affitti più cari, espulsione dei residenti dai centri storici e segregazione economica degli abitanti per zone omogenee per censo”, cioè i ricchi con i ricchi e i poveri con i poveri. E poi ancora “standardizzazione e sparizione delle attività commerciali, trasformazione dei ritmi e degli usi della città, perdita di identità dei quartieri”.

Il libro di Brossat è un manifesto politico “per lottare contro l’uberizzazione della città, bisogna tornare a porsi la questione della geografia del potere: una questione urgente, visto che Airbnb non è che la parte emersa di un iceberg nel quale Google si lancia nel mercato immobiliare, Amazon monopolizza il commercio, Uber privatizza la mobilità urbana”. È per questo che, nello scorso febbraio, la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, ha annunciato una multa di 12 milioni e mezzo di euro contro Airbnb, colpevole di non aver rispettato il regolamento comunale che fissa un limite di 120 giorni l’anno per un’attività ricettiva “spontanea” e di condivisione. “Diciamo no a questa economia di predazione perché non vogliamo trovarci come a Venezia o a Barcellona”, ha spiegato la sindaca commentando il repentino calo dei residenti nei quartieri centrali di Parigi.

Ora, nella geografia del potere di cui parla Brossat, il Louvre sceglie di prender posto contro la città e con le grandi corporation, mettendo in gioco il suo immenso prestigio culturale per legittimare Airbnb.

E lo fa incurante di un precedente che pure dovrebbe allarmare. L’anno scorso Airbnb fu costretta ad annullare un concorso identico (già, perché l’uso dei format fa parte integrante di questo modello di marketing globale) in Cina. In quel caso ,era stata messa in palio una notte sulla Grande Muraglia: ma la vera e propria insurrezione dell’opinione pubblica cinese, che trovava indecente questa bassa operazione pubblicitaria giocata su un monumento nazionale, aveva portato ad una polemica pubblica così seria da costringere Airbnb alla ritirata.

Sarebbe davvero paradossale scoprire che gli anticorpi democratici cinesi sono più attivi di quelli parigini. In ogni caso, in fatto di coscienza del proprio scopo la Grande Muraglia batte il Louvre 1 a 0.

 

FQ  | 15 Aprile 2019