Altro che “governo del cambiamento”: all’insegna della peggior continuità con il governo Renzi, l’esecutivo guidato dal giurista Conte abusa della prassi per cui i Consigli dei ministri

approvano le grandi linee di un decreto, senza varare non dico un testo, ma nemmeno un brogliaccio. Così avviene per il decreto Crescita, che prende corpo in pubblico attraverso il fuoco incrociato dei ministeri, che affidano all’Ansa i loro caveat e i loro desiderata.

Tanto per cambiare, si combatte sulla pelle del martoriato patrimonio culturale della nazione: le bozze che circolano certificano l’estensione dell’aberrazione giuridica del silenzio-assenso ai beni culturali monumentali vincolati. Facciamo un esempio: se voglio realizzare un supermercato in un convento francescano del Duecento piantato in un centro storico, e voglio mettere le celle frigorifere dei surgelati nelle celle dei frati, devo sottoporre il mio illuminato progetto alla competente Soprintendenza. Ebbene, il decreto prevede che laddove la soprintendenza non risponda entro 60 giorni (o 90, o 120 a seconda della bozza) si intende che abbia detto sì al merluzzo al posto del predicatore.

Il silenzio assenso è un vecchio arnese scassa-patrimonio culturale: introdotto da Berlusconi nel 2004, fu amatissimo da Renzi (che lo incluse nello Sblocca Italia, su paesaggio e ambiente) e ora torna, ampliato, in salsa gialloverde. Non solo è un non-senso giuridico (“la massima secondo la quale ‘chi tace acconsente’ non trova cittadinanza nel sistema giuridico italiano”, ha notato il giurista Silvio Martuccelli), ma è anche una pessima scelta di campo: perché il legislatore potrebbe intendere quel silenzio anche come “diniego”. Dipende se gli stanno più a cuore i cantieri, o la salvezza del territorio italiano e del patrimonio culturale: che sono sempre definiti strategici, e poi massacrati. Non per caso la Corte costituzionale ha stabilito, nella totale indifferenza degli esecutivi, che in materia di beni culturali e di paesaggio “il silenzio dell’Amministrazione preposta non può avere valore di assenso” (sentenze 26/1996 e 404 del 1997).

Ci sarebbe, poi, un modo molto semplice per garantire che il cittadino avesse dalle soprintendenze una risposta entro un tempo ragionevole (sì, anche di 60 giorni: come dovrebbe accadere in un paese civile): metterle in grado di lavorare. Assumere archeologi, storici dell’arte, architetti. Fornirle di mezzi e di fondi. Invece il giochino è sempre stato questo, da Berlusconi a Renzi: ridurre al silenzio le soprintendenze, e poi imporre il silenzio assenso. E oggi il delitto è perfetto: con quota 100 il personale tecnico-scientifico delle soprintendenze sarà sostanzialmente estinto: chi è morto acconsente. Un esempio: la soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo, la più grande della Toscana (52% del territorio), avrà presto 7 architetti, 3 archeologi e 0 storici dell’arte: col silenzio assenso si potrà fare un acquario per pinguini in Piazza del Campo.

Ma chi è che, nel governo, spinge per le mani libere sul territorio? Qualcuno forse ricorderà questo edificante scambio tra Matteo Salvini e Maria Elena Boschi, avvenuto a Porta a Porta nel novembre 2016: Salvini: “Ci sono alcuni organismi statali che vanno rivisti, e io aggiungo qualcosa di più, cancellati: soprintendenze e prefetture. Ufficio complicazioni cose semplici!… Se lo Stato vuole dimagrire, vuole snellire, vuole esser più veloce, vuole semplificare, inizi a cancellare qualcosa”. Boschi: “Va benissimo darsi altre sfide, io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo”. Che teneri amici. Il Movimento 5 Stelle sapeva che – con chiunque avesse fatto il governo, sia Lega sia Pd – sarebbe finito nelle braccia del partito unico del cemento. Ora l’ha dimenticato, o si è venduto allo stesso partito?

 

FQ  5 Aprile 2019