Se c’è una storia capace di raccontare l’Italia com’è oggi, è quella napoletana dei Girolamini. Nella vicenda del direttore-ladro, messo lì da Marcello Dell’Utri, che saccheggia e devasta la Biblioteca statale, troviamo tutto: lo Stato che si

squaglia, il servilismo dei giornali, il cinismo degli intellettuali, il dominio del mercato. E, non ultimo, il disprezzo per il lavoro e la sua dignità.

Lo conferma, in questi giorni, quello che sembra un triste epilogo per i tre veri eroi positivi di questa trama: i fratelli bibliotecari Mariarosaria e Piergianni Berardi e il loro collega Bruno Caracciolo. Da poche ore hanno ricevuto comunicazione della definitiva cessazione del loro lavoro: domani, venerdì 12 aprile, spirerà il loro ultimo contratto con la Randstad, l’impresa di lavoro interinale attraverso cui il ministero per i Beni culturali li impiega in Biblioteca.

Già, per quanto sembri pazzesco, i tre bibliotecari sono precari: un precariato lungo una intera vita di lavoro. Le loro vite professionali sono cadute nel buco nero che ha inghiottito i rapporti tra la Congregazione dell’Oratorio, la famiglia religiosa che gestiva il complesso fin dalla sua fondazione, e lo Stato italiano, proprietario del monumento e della biblioteca. Non è affatto chiaro cosa sia successo dalla parte del datore di lavoro: chi non ha versato i contributi, chi non ha regolarizzato i contratti, chi si è – insomma – preso l’enorme responsabilità di fare di questi tre lavoratori tre fantasmi? L’unico dato di fatto è che i tre lavoratori hanno onestamente i loro contributi per ben 49 anni.

Dopo che, nel 2012, sui Girolamini si abbatté il ciclone De Caro, i vari ministri e direttori generali hanno fatto ricorso alla magica scorciatoia dei contratti a termine: così ogni 3 mesi (quando andava bene ogni 6) i tre custodi dei Girolamini dovevano stare col patema d’animo di chi si vedeva licenziare, e poi (forse) riassumere. Fino a questo: che è stato presentato come l’ultimo giro.

E mentre Mariarosaria Berardi avrebbe ormai l’età pensionabile (e dunque potrebbe ricevere una pensione: ma da quando, e di quanto, nessuno lo sa), per gli altri due si apre la prospettiva di un vuoto. E in questo caso il vuoto significa non sapere letteralmente come sopravvivere.

Ogni ministro ha promesso che avrebbe trovato la soluzione. Alla fine Dario Franceschini accettò di provare una strada forse risolutiva: la legge Bacchelli, che è “un assegno straordinario vitalizio a favore dei cittadini italiani, di chiara fama, che abbiano illustrato la Patria con i meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport e nel disimpegno di pubblici uffici o di attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari e che versino in stato di particolare necessità”. I requisiti ci sarebbero in pieno: la fama di questi umili bibliotecari ha fatto il giro del mondo. Essi non solo hanno testimoniato: resistendo agli ordini criminali di un loro superiore senza scrupoli, legato intimamente al peggio del potere italiano, e infine denunciandolo, hanno dimostrato di possedere quelle virtù civili che sono la vera cultura di cui questo Paese ha bisogno. Ogni volta che, in una scuola, i ragazzi mi chiedono di indicare un esempio positivo, li cito: perché erano i più deboli e i più fragili, e sono stati i più coraggiosi.

Ma meglio della Bacchelli sarebbe ovviamente una normale pensione: magari dopo che hanno finito di riordinare quella Biblioteca che così tanto ha ancora bisogno delle loro cure.

Ora il ministro Alberto Bonisoli ha la possibilità di agire, laddove tutti gli altri hanno solo parlato. La possibilità di dimostrare che, dalle sue parti, l’onestà è ancora un valore. Di provare che competenza, dignità e onore trovano ancora rispetto ai vertici dello Stato.

 

FQ    11 Aprile, 2019