L’acceso dibattito tra giuristi di scuole e discipline diverse (costituzionalisti e civilisti, romanisti e giusnaturalismi… “statalisti” e “communitaristi”) che si è

aperto sulla proposta di legge di iniziativa popolare elaborata a suo tempo dalla commissione Rodotà (vedi www.benipubbliciecomuni.it) non deve farci perdere di vista la drammatica sostanza della situazione presente.

Proprio pochi giorni fa il nuovo direttore generale dell’Agenzia del Demanio, prefetto Riccardo Carpino, anticipava in un’intervista al Sole 24 Ore che è pronto a presentare al ministro dell’Economia “un vero piano straordinario” di messa in vendita di 1.500 immobili di proprietà statale. A cui sembra si aggiungeranno altri 843 beni che i comuni hanno rinunciato ad acquisire attraverso il “federalismo demaniale”. “Con questa operazione – prosegue il direttore del Demanio – metteremo in vendita quest’anno volumi 5-6 volte superiori a quanto è stato fatto negli ultimi quattro anni”. E così, aggiunge con orgoglio: “Addio a quella paura di vendere che aveva attanagliato il Demanio da un decennio”. “La sfida è trasformare l’Agenzia del demanio da fornitore di provvista a operatore che si mette in gioco anche nella vendita”. E non pensiate che sia un’iniziativa personale del solerte funzionario. Il mandato gli viene dalla legge di Bilancio che pone l’obiettivo di incassare 950 milioni tramite cessioni straordinarie. Inutile segnalare che nell’elenco ci sono ex conventi, isole, caserme terreni… di straordinaria importanza, molti dei quali soggetti a vincoli architettonici e urbanistici. Ma la prima legge di Bilancio targata gialloverde prevede “premialità” (cioè cointeressenze fino al 15% del valore delle vendite) a favore di quei Comuni che si renderanno disponibili a “valorizzare” gli immobili, cambiando le destinazioni d’uso.

Il primo impegno delle donne e degli uomini che ancora amano questo sfortunato Paese è quindi quello di fermare il saccheggio del patrimonio pubblico. Avviata oramai da molto tempo con i famigerati “Piani delle alienazioni” introdotti fin dal 2008 con la legge sulla “semplificazione” e la “stabilizzazione della finanza pubblica” e per la “valorizzazione del patrimonio immobiliare di Regioni, Province, Comuni ed Enti locali” (art. 58 della legge 112). Una prassi, peraltro, priva di senso economico pratico. È noto che i 17 miliardi di euro che il governo intende ricavare quest’anno tra vendite di immobili e dismissioni di quote capitali di imprese e società pubbliche sono niente in confronto ai 70 o 80 miliardi (dipende dallo spread) che lo Stato dovrà sborsare solo per pagare gli interessi passivi che maturano sul debito pubblico. Negli ultimi anni sono stati venduti beni patrimoniali pubblici per almeno mille miliardi. Peccato che lo Stato ne abbia pagati più del doppio solo per interessi. Vendere per “ripianare il debito” è come svuotare il mare con un cucchiaio. Il “debito crescente permanente”, in realtà, è un’ottima arma di intimidazione di massa per far credere che non ci sia alternativa alle dismissioni e alle privatizzazioni di servizi pubblici. Il secondo motivo di impegno sui beni comuni ha a che fare con la democrazia. Una popolazione privata dei suoi beni, senza più luoghi accessibili e fruibili collettivamente, senza servizi comunitari cessa di esistere come popolo, comunità, corpo sociale e si riduce ad un insieme di individui singoli, isolati, soli, completamente dipendenti dalla propria solvibilità economica, dall’accesso al credito. Merci tra le merci.

Ora si tratta di dare sostanza anche giuridica al discorso sui beni comuni. Cioè, concretamente, impedire che un direttore pro tempore del Demanio, un ministro, un sindaco, un presidente di Regione… possano “fare cassa” con beni che sono “di tutti e di nessuno”. Nemmeno dei vari apparati dello Stato e nemmeno delle transitorie maggioranze politiche che siedono nelle assemblee rappresentative. Beni indisponibili, inalienabili, destinati in perpetuo a un uso di pubblica utilità, indispensabili per il benessere delle comunità.

In questi anni il movimento per i beni comuni qualche conquista l’ha fatta. La legge del 2017 sui Domini collettivi delle “comunità originarie” (ex usi civici) ha introdotto una nuova fattispecie di “possesso” collettivo. La Corte di Cassazione ha giudicato come “beni comuni” alcune aree di particolare interesse naturalistico a prescindere dal titolo di proprietà. Alcune Regioni hanno introdotto la locuzione beni comuni all’interno del loro statuto. Alcune coraggiose amministrazioni comunali (Napoli tra tutte) hanno deliberato regolamenti d’uso tali da consentire gestioni dirette e autonome di beni pubblici da parte di comunità di cittadini che si autonormano. Non dovrebbe essere poi così difficile trovare delle tutele giuridiche che mettano fine al saccheggio o all’abbandono di beni che invece potrebbero essere gestiti in forme e modalità davvero coinvolgenti e partecipate da parte dei cittadini.

 

FQ | 3 Aprile 2019