Chi ama il nostro mestiere sa quanto sia labile il confine tra passione e lavoro. Un lavoro impegnativo, riservato alla cura del patrimonio culturale pubblico, ma spesso ancora sconosciuto al cittadino comune. L’abitudine a parlare con un

linguaggio da specialisti ha col tempo isolato e continua a isolare le professionalità che si occupano di beni culturali in ambito ministeriale, rendendole di fatto poco visibili alla collettività e indebolendo quel rapporto fiduciario tra stato e società civile, che costituisce il fondamento basilare del funzionamento virtuoso della “cosa pubblica”.

Un tema di rilevante importanza, del quale era consapevole l’architetto Andrea Alberti, dapprima come funzionario e poi come dirigente di soprintendenza. Lo testimoniano la cura e l’attenzione che dedicava all’esercizio della parola, la disponibilità dimostrata nelle relazioni con i colleghi e i soggetti esterni, l’innata gentilezza che lo rendeva un “ascoltatore” privilegiato e un valido punto di riferimento per tutti. Sapeva, inoltre, quanto fosse importante la formazione, e per questo si dedicava da anni all’insegnamento universitario. Curioso, arguto e profondo conoscitore della natura umana, amava molto conversare, anche per il gusto della riflessione filosofica, della battuta ironica o della citazione colta che si divertiva a porgere, studiando la reazione dell’interlocutore.

Molte allusioni e metafore avevano origine dal mondo del calcio, del quale era appassionato estimatore.

Ricordo ancora il colloquio di lavoro durante il quale si era soffermato a descrivere la differenza tra contrasto e conflitto, dichiarando di preferire di gran lunga il primo al secondo, in quanto non avrebbe avuto gli strumenti per gestire un’azione lunga e snervante.

Faceva della sobrietà uno stile di vita, che lo portava a scelte meditate e a essere rispettoso del lavoro altrui e dei suoi predecessori, nell’ottica di un’attività istituzionale di alto profilo, esercitata nell’osservanza delle regole, delle competenze e del ruolo dei dipendenti, affinché ognuno si sentisse consapevole e responsabile del proprio operato. Amava il confronto e lo scambio di idee, e confidava sempre nello stupore: stupore per la capacità cognitiva di uno studente, per lo spirito brillante di una mente acuta, per la meraviglia dell’arte, che suscitava in lui l’entusiasmo sincero che sanno manifestare i puri di cuore.

Amava Ferrara, la sua città, e aveva una grande passione per il restauro architettonico. Parlammo più volte delle chiese terremotate, quando gli chiedevo cosa avremmo potuto fare di concreto per dare una mano in una situazione del genere. Non si stancava di ripetere che era fondamentale garantire, in primo luogo, la manutenzione ordinaria degli edifici storici ecclesiastici, e che bisognava farsi carico del loro mantenimento futuro, ragionando su una nuova progettualità di gestione “compatibile”, al passo con i tempi moderni.

 

Foto: Luigi Ghirri, Cittanova, 1985. Da: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio (1983-1986); da: Il profilo delle nuvole (1980-1992).

Courtesy Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia © Eredi Ghirri