Tutti muti di fronte all’ennesimo disastro annunciato che umilia il patrimonio culturale napoletano: non un fiato dal maestro Riccardo, e dalla torma di giornalisti secondocorrente e retori del marketing della cultura. Una settimana fa è venuto giù il pavimento della chiesa di

Santa Maria del Popolo, nel complesso degli Incurabili. Le foto che documentano il recupero dei resti della co-fondatrice dell’ospedale, Maria d’Ayerba (che lì dormiva in pace dal 1531) sono il ritratto di una bancarotta culturale e morale che investe una intera classe dirigente.

Nessuno ha saputo spiegare perché spostare le Sette Opere di Caravaggio dal suo vivo contesto a una mostra a due chilometri di distanza sarebbe stato strategico per Napoli: era solo l’ennesimo gioco delle tre carte, a valore aggiunto zero. Le mostre caravaggesche avrebbero bisogno di una severa moratoria, perché ormai la mercificazione e l’automatismo del format hanno preso il sopravvento su ogni buonsenso. Ma se proprio si voleva fare una grande esposizione su Caravaggio a Napoli vi si sarebbe dovuta semmai portare la Pala del Rosario di Vienna, e non un’opera che chiunque può già vedere a Napoli ogni giorno, e nell’unico luogo che permette veramente di capirla. Ma il Kunsthistorisches Museum non è un museo italiano: è un museo serio, e non manda in giro i suoi Caravaggio come fattorini a domicilio.

D’altra parte, il fenomeno dell’evento effimero e di nessun valore che drena le energie vitali per conservare il monumento non è un vizio recente: enormi sono le responsabilità di chi, lungo gli ultimi decenni, continuava a organizzare mostre a getto continuo mentre intanto la Napoli sacra veniva giù nel silenzio e nell’incuria, un pezzo per volta. Ora, però, siamo arrivati al delirio: mentre a Pompei una ruota panoramica di sessanta metri vorrebbe rendere letterale la metafora del patrimonio ridotto a luna park, a Napoli la danza macabra della pseudovalorizzazione copre lo strazio dell’agonia della città. Quale sarà la prossima vittima? Forse la stessa, mirabile Farmacia degli Incurabili, dalla quale i responsabili della Asl vorrebbero da tempo veder spostati i preziosi vasi antichi, senza ottenere risposta dalla soprintendenza?

Grazie alla scellerata riforma Franceschini e alla sua “geniale” reintroduzione della soprintendenza unica, superata quasi un secolo fa, a Napoli è l’architetto Luciano Garella ad avere la responsabilità di tutto il patrimonio culturale. Garella è un soprintendente debole: contestato da Italia Nostra e dalle altre associazioni (che lo ritengono un ‘Signorsì’ che autorizza pressoché tutto: dalla grottesca installazione ’N Albero, sul lungomare, alle griglie della metropolitana in mezzo a Piazza Plebiscito al prestito del Caravaggio), e pesantemente smentito su alcune di tali questioni dalla sua stessa Direzione generale, a Roma.

C’è tuttavia un progetto su cui Garella si sta imponendo con curiosa determinazione: ed è la ristrutturazione (è il caso di dirlo) del complesso dei Girolamini. Stavolta non si tratta di letteratura (vera o falsa, buona o cattiva), ma dell’ennesima concretissima minaccia a questo meraviglioso, fragile complesso conficcato nel cuore di Napoli. Certo, è una minaccia diversa da quella della devastazione e del saccheggio della biblioteca perpetrati dal suo allora direttore Marino Massimo De Caro (braccio destro di Dell’Utri, e consigliere dei ministri Galan e Ornaghi), e che proprio questo giornale denunciò nel marzo 2012. Ma paradossalmente i risultati potrebbero essere analoghi: una lunga eclissi della Biblioteca dei Girolamini, e il suo definitivo snaturamento. Indubbiamente il grande isolato ha bisogno di restauri, e deve essere alleggerito dal cemento incongruamente colato nella sua struttura lungo la seconda metà del Novecento. Ma davvero è necessario procedere a sventramenti che permettano di installare ben due ascensori? E c’è proprio bisogno di creare un “bookshop”, un’area “ludico-didattica” e una sala bar-ristorante dentro un complesso religioso? Per non parlare della “foresteria”, che ovviamente diventerà un albergo a cinque stelle. Sono, questi, i maledetti “servizi aggiuntivi” indispensabili per mettere a reddito i Girolamini: naturalmente non a favore dello Stato, ma dell’oligopolista del patrimonio che avrà la ventura di prenderseli in concessione.

L’idea di fondo è fin troppo chiara: negare la vera vocazione dei Girolamini, un istituto di ricerca legato alla biblioteca storica, e trasformarli nell’ennesimo supermercato “culturale”. Nel frattempo, la Biblioteca dovrebbe essere smontata, e rimanere inaccessibile per molti anni: un secondo disastro. La responsabile del Polo Museale e il direttore dei Girolamini hanno scritto un’accorata lettera alla Procura di Napoli (che ancora mantiene i sigilli alla biblioteca) in cui si denuncia che gli interventi, “alquanto marcati, alcuni senz’altro invasivi”, comportano “l’interruzione e lo sconvolgimento” del riordino di ciò che resta della Biblioteca.

Ora la speranza è che sia la Procura a salvare i Girolamini, una seconda volta. In attesa che finalmente si apra un dibattito pubblico sul destino di questo luogo unico e tormentato: e decisamente più strategico, per Napoli, del grottesco trasloco protempore di un Caravaggio.

FQ  | 1 Aprile 2019