La religione del fare, il culto del sì alla qualunque, il sipuotismo a prescindere, la retorica dello “sbloccare l’Italia” ha un altro illustrissimo sacerdote: Riccardo Muti, che ieri ha tuonato dalla prima pagina di Repubblica (con lo spazio e
l’evidenza che gli competono, e col fragore di una intera sezione di fiati) contro il “danno all’Italia” che sarebbe stato inferto dalla decisione del ministero per i Beni culturali di non consentire il prestito di una pala d’altare di Caravaggio conservata in una chiesa napoletana a una mostra altrettanto napoletana.

Tutto lascia credere che tra breve vedremo il Maestro dirigere una oceanica manifestazione di madamine Sì-Tav: perché identico è il furore ideologico. In entrambi i casi non si entra nel merito, non ci si fanno domande, non si esercita il diritto-dovere del pensiero critico.

Esattamente come in politica la parola “cambiamento” è ormai sinonimo (assai spesso, ahimé, a torto) di “miglioramento”, così nel senso comune di un discorso pubblico senza forma né decenza il Sì – dal referendum costituzionale allo “sblocco dei cantieri” (tutti: come fosse una questione ontologica) – è sempre buono, positivo, virtuoso, generoso, ottimista, aperto al futuro. Laddove il No è sempre cattivo, negativo, ignavo, gretto, pessimista, passatista.

E invece: quanto sarebbe migliore questo Paese se la sua classe dirigente non avesse sempre strisciato sul ventre, sibilando un “sì” a ogni capo, a ogni potente, a ogni corruttore? Quanto più sano l’ambiente e bello il paesaggio se sindaci e assessori avessero saputo dire più “no” al cemento, e alla speculazione che lo ha fatto piovere su terra e mare? Quanto più sana e credibile la politica, se i deputati e i senatori della Repubblica avessero saputo dire “no” ai capibastone dei partiti?

Nulla da fare, in nessun Paese come in Italia è straniero lo scrivano Bartleby, che trovava il coraggio di dire “preferirei di no”. Il conformismo, il servilismo, l’inchino al potere sono i sacramenti della vera religione del bel paese dove il Sì suona a prescindere, osannato dal coro dei tromboni.

Riccardo Muti, naturalmente, non ci spiega perché sarebbe stato vitale prestare quel benedetto Caravaggio, e perché questo mostruoso “no” metterebbe in ginocchio Napoli e l’Italia. Non lo fa, dichiarando: “Non scendo nel merito delle decisioni politiche”. Come si osservò al tempo della “discesa in campo” del B.uonanima, nell’immaginario dell’élite italiana la politica è sempre in basso, qualcosa in cui si “scende”. Come faceva il babbo di Benigni, quando usciva di casa con la carta igienica notificando che “scendeva in campo”, non possedendo un bagno.

In questo caso, oltre al verbo nemmeno l’aggettivo funziona.

Perché forse i solerti amici del suo amico, il direttore di Capodimonte, non hanno avuto modo di spiegare al Maestro che la decisione di non prestare il Caravaggio non è “politica”, ma rigorosamente “tecnico-scientifica”. Una decisione presa in scienza e coscienza, applicando la legge e facendo una valutazione: che naturalmente può essere giusta o sbagliata. Ma che è giusta o sbagliata in base a criteri, elementi oggettivi, saperi di cui Muti non parla, e che anzi egli, del tutto legittimamente, ignora in radice.

E dunque, nonostante l’illusione ottica (anzi, giornalistica) dell’uomo di cultura che parla di cultura, Muti che parla del prestito o non prestito di un Caravaggio vale quanto un fiorista, un fisico nucleare, un formaggiaio.

Fin dal suo sorgere (alla metà degli anni Settanta) il ministero per i Beni culturali ha visto la difficile convivenza di saperi tecnico-scientifici, che erano lì per essere autonomi dalla politica, e di quest’ultima, che contrastava quella vitale autonomia. Negli ultimi anni, la dittatura di un sistema delle mostre puramente fondato sui ricavi economici (di pochi operatori privati, spesso fortemente connessi al sottobosco della politica) ha costretto gli uffici tecnici del Mibac a dire sempre e solo sì alle domande di prestito più folli, sia per i rischi conservativi sia per la nullità culturale delle iniziative.

L’attuale ministro, invece, ha incredibilmente permesso che a rivestire il vertice del potere tecnico ministeriale fosse Gino Famiglietti, noto per obbedire solo alle ragioni della tutela: quelle che lo hanno portato a non consentire che un’opera delicata lasciasse il suo vivo contesto per andare a una mostra uguale ad altre mille, e pensata solo per moltiplicare i biglietti.

La serietà e la responsabilità: ecco il terribile “danno all’Italia” denunciato dal maestro Riccardo Muti.

 

FQ  | 12 Marzo 2019