La polemica a Napoli – Le “Sette opere di Misericordia” potrebbero lasciare la chiesa per il museo di Capodimonte

È un crudele paradosso quello per cui Caravaggio – che sacrificò successo e

vita sull’altare di una verità sbattuta in faccia al mondo – si trova oggi al centro di un infinito gioco di specchi, in cui la verità scompare

È di questi giorni la notizia che la Giuditta che si vuole scoperta nella soffitta di una casa di campagna francese andrà all’asta a Tolosa per la rispettabile cifra di 150 milioni di euro. Se non temessi di sopravvalutare l’intelligenza dei ricchi, scommetterei che l’opera andrà invenduta: perché davvero nessuno che abbia gli occhi può prendere per un autografo questa debole, caricaturale derivazione. Ma la verità sparisce dietro la cortina dello storytelling. Tre anni fa quel quadro fu esposto alla Pinacoteca di Brera, per sdoganarlo accostandolo a un Caravaggio vero. Allora si giurò che non si trattava di una legittimazione commerciale, perché l’opera non sarebbe stata posta sul mercato. Lo storico dell’arte Giovanni Agosti si dimise dal consiglio scientifico di Brera per una questione di “etica comportamentale e deontologia professionale: non si devono accettare le imposizioni del prestatore, a maggior ragione se il prestatore è colui che è deputato a vendere il dipinto”. A distanza di tre anni appare chiaro che Agosti aveva ragione: il mix di incompetenza e mercificazione cui la riforma Franceschini ha affidato i nostri principali musei ha messo il nostro patrimonio culturale al servizio del più scaltro mercato internazionale dell’arte.

Ma il cortocircuito di vero e falso non riguarda solo le attribuzioni: è l’‘uso’ di Caravaggio ad essere oggi straordinariamente controverso.

A Napoli infuria la polemica sull’ennesima richiesta di spostare uno degli apici dell’opera dell’artista, l’enorme e delicata pala con le Sette Opere di Misericordia, per portarla al Museo di Capodimonte, all’immancabile mostra caravaggesca di stagione. Proprio per oggi si aspetta il verdetto del ministero per i Beni Culturali: ma sarebbe irresponsabile autorizzare a correre un rischio così grande per un risultato tanto modesto.

Per di più, questo quadro straordinario è legato indissolubilmente al suo ambiente: dalla metà del Seicento la chiesa del Pio Monte della Misericordia fu rifatta, cucendogliela addosso come un vestito su misura, cosa più unica che rara nella nostra storia. E ancora oggi il Caravaggio presiede alle opere di carità che il Pio Monte continua meritoriamente a compiere. Le Sette opere si legano dunque profondamente a un contesto formale, sociale e morale: in uno di quei rari casi in cui il cuore caravaggesco palpita in un corpo ancora vivo, conficcato tra i vicoli della Napoli più popolare. Proprio quella che Caravaggio innalza sull’altare.

Dopo aver deciso che non dovesse spostarsi per nessuna ragione dal suo altare, nel 1621 i governatori del Pio Monte stabilirono che quest’opera non dovesse essere mai copiata: “A chiunque lo chieda si dica di no, avendo riguardo più presto al pubblico decoro che al privato comodo”. Una bella lezione su come usare oggi non solo Caravaggio, ma tutto il patrimonio culturale, in un tempo che ha invertito l’ordine delle priorità, con l’interesse privato che viene sempre prima di quello pubblico.

Una lezione che non si riesce, tuttavia, ad imparare: anche a Napoli va in scena il gioco degli specchi, con lo scambio tra verità e menzogna. Una violenta campagna di stampa ha appena investito coloro che avevano fatto notare l’insensatezza di spostare di appena due chilometri e trecento metri (tanto distano chiesa e museo) il Caravaggio, mettendone a rischio l’incolumità e lasciando monco un contesto storico. Tanto più che, semmai, la sezione della mostra che sostiene di aver bisogno di confronti diretti tra Caravaggio e caravaggeschi (tutti, peraltro, ripetuti fino alla nausea nei decenni scorsi) potrebbe essere allestita nella chiesa stessa, senza far viaggiare il quadrone.

Ma niente: perfino lo stimato parroco della Sanità ha lamentato, sulle pagine napoletane di Repubblica, che “quanto più si provi ad allargare e includere la maggior parte delle persone nella conoscenza di tesori nascosti e patrimoni magari ignorati, tanto più si compattino piccole schiere di ‘depositari’, sparute corti di ‘esperti’ o presunti tali che si sono autopromossi sul campo. Sono quelli che potremmo chiamare: i ‘professionisti del no’”. E l’antropologa Mariella Pandolfi ha parlato addirittura di un “immobilismo” frutto di “una sterile resistenza ad osare”. Parole in libertà, che per virulenza e ignoranza dei dati di fatto sembrano ricalcare le invettive renziane contro “i professoroni del No”.

Inutile spiegare che il quadro è già visibile a tutti, e in un luogo certo più popolare e accessibile di Capodimonte. Per non dire che, se c’è un immobilismo, è proprio quello di un’industria delle mostre che non sa immaginare nulla che non sia il trasloco perpetuo dei poveri ‘capolavori assoluti’. Un’industria che prende e consuma: senza restituire a Napoli nulla, né sul piano culturale né su quello civile né su quello economico.

Le derivazioni scambiate con gli originali, i musei con i supermercati, la rendita con la fantasia, la cultura con il marketing, l’assenza di idee con l’innovazione, la verità con la menzogna: non c’è pace per Caravaggio.

 

FQ   | 4 Marzo 2019