Il report dell’Enea dipinge un futuro catastrofico: il Mediterraneo salirà di un metro entro il 2100. Scompariranno 385 km di costa, intere città finiranno sommerse

Fiumi che si ingrossano pericolosamente, soprattutto il Tagliamento e l’Adige, con esondazioni in Friuli, Trentino e Sicilia; smottamenti e allagamenti nel Veneto e in Calabria; il 40% di Venezia finita sotto l’acqua; la forza del mare che devasta la costa ligure. Questi sono solo alcuni dei tragici avvenimenti che hanno colpito l’Italia nel 2018. Una forza della natura che in pochi si sarebbero aspettati, ma talmente reale da causare 38 morti e oltre 4.500 tra sfollati e senzatetto in 134 Comuni, distribuiti in 19 Regioni (dati Cnr-Irpi).

La scorsa settimana con il “Proteggi Italia”, il governo ha stanziato 11 miliardi di euro per interventi contro il dissesto idrogeologico nel triennio 2019-2021 (3 miliardi solo quest’anno), ma intanto oltre la metà degli italiani è già potenzialmente a rischio di eventi estremi causati dall’innalzamento del livello del mare. E questo è solo l’inizio di un’immane tragedia che parte dal riscaldamento globale. Secondo le proiezioni dell’Enea (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), entro il 2100 il Mediterraneo salirà di 1 metro, facendo scompare 385 chilometri di costa italiana, mentre a rischio inondazione ci sono 5.686,4 chilometri quadrati di costa, pari alla grandezza della Liguria.

“Tra soli 81 anni – spiega Fabrizio Antonioli, responsabile del Laboratorio modellistica climatica e impatti dell’Enea – in assenza di interventi di mitigazione e adattamento l’innalzamento del mare lungo le coste italiane è stimato tra 0,94 metri e 1,035 metri”. E queste sono le previsioni meno allarmanti, perché l’innalzamento potrebbe anche arrivare tra 1,31 metri e 1,45 metri se si utilizzano stime meno prudenziali. A rischio ci sono le coste dell’alto Adriatico tra Trieste e Ravenna fin quasi a Rimini. Poi c’è la foce del Pescara, del Sangro e del Tronto in Abruzzo, l’area di Lesina (Foggia) e di Taranto in Puglia, La Spezia in Liguria, tratti della Versilia, Cecina, Follonica, Piombino, l’isola d’Elba e le aree di Grosseto e di Albinia in Toscana. Andando al Centro-Sud sotto minaccia ci sono la piana Pontina di Fondi e la foce del Tevere nel Lazio; la piana del Volturno e del Sele in Campania, l’area del Cagliaritano e del Sassarese. Poi la Sicilia con le aree di Trapani e Marsala in Sicilia; Gioia Tauro (Reggio Calabria) e Santa Eufemia (Catanzaro) in Calabria. Ma è Venezia la città che risulta a maggior rischio: negli ultimi 100 anni è sprofondata di 23 centimetri.

Difficile aggiungere qualcosa a dati così catastrofici. E altrettanto facile constatare una mancata sensibilità sul tema, anche perché raramente la percezione del rischio e il rischio reale collimano. Gli allarmi ripetuti da anni sul riscaldamento globale sono, infatti, percepiti come un non-problema, relegati a eventi di cronaca, semmai associati alla trama di un film di fantascienza. Nel caso italiano, però, il cambiamento climatico è un reale motivo di preoccupazione: la nuova generazione rischia di veder sprofondare una grande fetta d’Italia e tempo a disposizione per invertire la rotta non ce n’è quasi più. Sempre l’Enea sostiene, infatti, che ad aggravare ulteriormente la situazione è il fenomeno dello storm surge: un mix di bassa pressione, onde e vento che potrebbe addirittura innalzare il livello delle acque di un ulteriore metro. “Negli ultimi 200 anni il livello medio degli oceani – spiega Antonioli – è aumentato a ritmi più rapidi rispetto agli ultimi 3 mila anni, con un’accelerazione allarmante pari a 3,4 millimetri l’anno solo negli ultimi due decenni”.

Insomma, senza un drastico cambio di rotta nelle emissioni dei gas a effetto serra, l’aumento atteso del livello del mare modificherà irreversibilmente la morfologia attuale del territorio italiano. Mare, però, non vuol dire solo coste. Ci sono anche i porti che rischiano di essere spazzati via: la stima è di un innalzamento delle acque di circa un metro entro il 2100, con picchi superiori a Venezia (+1,064 metri), Napoli (+1,040 metri), Cagliari (+1,033 metri), Palermo (+ 1,028 metri) e Brindisi (+1,028 metri). Uno scenario apocalittico che vedrebbe finire sott’acqua le banchine dello scalo di Genova, ma anche l’aeroporto. Così come Roma, Napoli, La Spezia e tutte le piattaforme logistiche di interscambio delle merci delle 40 aree italiane a rischio inondazione.

Il punto è che, nonostante l’allarme lanciato da decenni da qualsiasi organismo e organizzazione che si occupa di ambiente, dall’Onu in giù sia a livello politico sia a livello territoriale, sia nella percezione della coscienza delle persone, non si fa abbastanza e si sottovaluta la complessità del riscaldamento globale che rende l’atmosfera sempre più calda e instabile. Secondo l’ultimo rapporto di aggiornamento dell’Ipcc (International panel on climate change), tra l’aumento della temperatura globale, lo scioglimento dei ghiacciai perenni e l’innalzamento dei mari, ci restano ancora 12 anni prima di superare il punto di non ritorno, ossia fare in modo che i cambiamenti climatici in atto non diventino irreversibili. Alla conferenza sul clima di Parigi (Cop21) del dicembre 2015, 195 Paesi si sono impegnati a mantenere l’incremento della temperatura media globale compreso tra 1,5 e 2 gradi.

In pochi, però, credono che l’umanità riesca ad impedire che la temperatura media della Terra cresca meno di 2 gradi, impedendo il passaggio a una fase peggiore della precedente. E la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti: la crescita recente di tempeste, bombe d’acqua e siccità.

 

FQ  | 4 Marzo 2019