Montelupo Fiorentino – Il piano per affidare la gestione dell’Ambrogiana ad un privato, in barba ai cittadini 

Da Cosimo III de’ Medici granduca di Toscana a Luca Lotti, petalo d’eccellenza di un giglio magico renziano velocemente appassito. È nell’improbabile tragitto che congiunge questi due potenti toscani vissuti a tre secoli e mezzo di distanza che si gioca il futuro della Villa dell’Ambrogiana, spettacolare monumento che sorge in riva all’Arno, a Montelupo Fiorentino.
Il 5 aprile del 1681 il segretario di Cosimo III non riusciva a trovare parole per descrivere l’“avidità” con cui il suo padrone, nel salone dell’Ambrogiana, assisteva all’apertura di due casse venute da Roma: ne uscirono un superbo quadro di Bassano, e uno rarissimo di Bernini, appena scomparso.

Anche oggi la villa potrebbe trasformarsi in un teatro dell’“avidità”: quella di una speculazione immobiliare e di una ‘valorizzazione’ turistica desertificante che sono ormai tra le pochissime industrie della Toscana.

L’Ambrogiana è sempre stata una città proibita per gli abitanti di Montelupo: prima perché era il paradiso di giardini, collezioni, serragli esotici e conventi misticheggianti in cui si ritiravano i granduchi, da Ferdinando I a Cosimo III. Poi perché nel 1886 vi fu installato il secondo manicomio criminale dell’Italia unita, divenuto negli anni Settanta del Novecento un Ospedale Psichiatrico Giudiziario (Opg). Una storia terribile, quest’ultima, culminata nei primi anni Duemila nell’inarrestabile decadenza della villa stessa e delle condizioni di chi ci viveva, fino alla serie di tre suicidi di pazienti-detenuti, tra 2000 e 2003.

Nel 2011 arriva finalmente a Montelupo una direttrice esemplare, Antonella Tuoni, che lotta con i pochissimi fondi disponibili per recuperare la struttura storica e la qualità della vita di pazienti e lavoratori. Quando i risultati si cominciano a vedere, arriva la chiusura degli Opg: esattamente due anni fa, nel febbraio 2017, l’ultimo paziente lascia l’Ambrogiana. Ma gli appetiti erano iniziati assai prima. Il 15 dicembre del 2014 si svolge a Montelupo una tavola rotonda in cui l’allora presidente della Cassa Depositi e Prestiti Franco Bassanini, il governatore Enrico Rossi, il sindaco Paolo Masetti (Pd) e ovviamente l’allora potentissimo montelupino Luca Lotti tratteggiano il futuro dell’Ambrogiana.

Il più informato tra i vari resoconti giornalistici, quello della testata toscana online Gonews, è assai esplicito: “È necessario spiegare alcuni passaggi di Bassanini. Se per esempio nella Villa Medicea si volesse realizzare un albergo di lusso, strategico tra Firenze e Pisa, vicino a Siena e Lucca, si potrebbe separare la proprietà dell’immobile dalla gestione dello stesso, affidandola a catene internazionali, favorendone l’ottimizzazione, la promozione e i ricavi”.

Tre anni dopo, nel settembre 2017, 1.400 cittadini – tra i quali Lotti – abbracciano la Villa: una bellissima iniziativa che dovrebbe rappresentare simbolicamente l’apertura di un processo partecipato in cui decidere insieme il futuro dell’Ambrogiana.

Invece, è solo fumisteria: sulla base di un laboratorio di partecipazione promosso dal progetto culturale “Cities-Cafés”, l’opposizione “Città e Lavoro” aveva presentato quasi un anno prima in consiglio comunale una mozione con cui si chiedeva la garanzia della proprietà pubblica e della gestione dell’immobile e dell’intera area, e la partecipazione della cittadinanza alle scelte sul futuro della villa. Ma la mozione era stata respinta con il voto compatto della maggioranza Pd. “È un po’ da sognatore – aveva risposto il sindaco Masetti – dire che (l’Ambrogiana, ndr) è dei cittadini”. Il boccino, sosteneva il sindaco, è a Roma: una Roma allora renzianissima.

Puntualmente l’Agenzia del Demanio, cui il ministero della Giustizia ha “restituito” l’Ambrogiana, mette dunque a gara lo studio di “fattibilità” sulla “valorizzazione” della Villa, che viene affidato a Coop Culture e allo studio di architettura Palterer & Medardi. Tra gli scenari delineati dallo studio, l’Agenzia del Demanio sceglie quello che trasformerebbe la villa in una “Cittadella del sapere”. Uso pubblico e virtuoso al cento per cento, dunque? Non esattamente. Lo studio spiega anche come sottrarre all’uso pubblico una parte importante del complesso “attraverso la vendita/locazione/concessione della relativa area ad un privato”. Non un dettaglio, ma una falla capace di affondare la nave dell’uso pubblico, come ammette lo stesso studio di fattibilità: “L’alienazione/concessione/locazione ‘indebolisce’ i Modelli di Gestione delle altre aree, soprattutto quelle a maggior vocazione culturale (giardini piùmuseo) e potrebbe minare la logica complessiva del ‘polo della conoscenza’”. Un’ammissione che forse spiega perché il consigliere di opposizione Francesco Polverini ha impiegato mesi per avere accesso allo studio: alla faccia della partecipazione e della trasparenza.

Nel 1988 Giovanni Michelucci aveva proposto un primo, visionario progetto di recupero pubblico dell’Ambrogiana. Nel 2014 Antonella Tuoni ha prospettato un’idea diversa, e affascinante: e cioè che una parte della Villa continuasse ad ospitare un carcere, rendendo così chiaro che la storia non si rimuove e i detenuti non si nascondono come polvere sotto il tappeto. E anche che le prigioni non sono luoghi dove si ‘marcisce’, ma istituzioni che possono riscattare anche grazie alla bellezza.

Oggi la domanda è una sola: i cittadini di Montelupo (anche quelli che non si chiamano Lotti) saranno chiamati a decidere davvero del futuro del loro bene più prezioso?

FQ   | 11 Febbraio 2019