La Soprintendenza della Capitale ha presentato un nuovo progetto di tutela (dopo l’abbattimento di villini storici): il problema è la ricerca di un “concordato”

Ieri la Soprintendenza di Roma ha presentato alla stampa le sue ambiziose “Strategie di salvaguardia per il paesaggio urbano”. Il cuore del progetto è “una nuova tipologia di vincolo per

armonizzare le trasformazioni urbane, lo sviluppo sostenibile, la tutela dell’identità culturale dei quartieri storici di Roma”. La novità “risiede nella natura strategica del vincolo, di medio e lungo periodo” e dovrebbe avere lo scopo di “governare e non bloccare le trasformazioni, attraverso una tutela graduata, rispetti le caratteristiche storiche e tipologiche dei quartieri della città”. Per questo motivo “la procedura avviata dalla Soprintendenza Speciale di Roma non mira a preservare particolari edifici o impianti decorativi su singole costruzioni, ma riguarda invece un intero contesto urbano. Il II Municipio della Capitale, scelto come zona campione, verrà sottoposto a una tutela di tipo paesaggistico, sviluppata in collaborazione con gli altri Enti che partecipano al Tavolo, l’Assessorato all’Urbanistica di Roma Capitale, la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e la Regione Lazio”. La Soprintendenza ha esplicitato la genesi di questa idea: che è “l’allarme sul rischio di perdita dei caratteri identitari di parti significative della Capitale, che le recenti leggi urbanistiche nazionali e regionali hanno provocato sui media, nelle associazioni e nella cittadinanza”.

In pratica, si cerca di mettere un argine ai disastri bipartisan della politica: quelli determinati dallo Sblocca Italia di Renzi e dal Piano Casa laziale della Polverini, riproposto senza troppi ripensamenti da Zingaretti: una stagione di regresso culturale e di distruzioni materiali, che a Roma è stata simboleggiata dall’abbattimento dei villini storici. È un lodevole intento, ma è lecito nutrire più di un dubbio sulla strada scelta per raggiungere lo scopo.

Mentre, infatti, la proposta di legge sulla tutela dei centri storici proposta dall’Associazione Bianchi Bandinelli mira a cambiare in modo efficace il quadro normativo, qua si tratterebbe invece di concertare una politica di tutela tra soprintendenza ed enti locali, arrivando a un vincolo concordato che abbia le caratteristiche di una sorta di piano paesaggistico applicato alla realtà urbana.

Ciò che non convince è la confusione dei ruoli: gli enti locali, guidati da amministrazioni elette dal popolo, hanno il diritto e il dovere di pianificare in autonomia il futuro delle città. E non si tratta – o non si dovrebbe trattare – di scelte neutrali sul piano politico: esiste una politica urbanistica di destra (asservita alla rendita e al mercato), e dovrebbe esistere una politica urbanistica di sinistra, tesa a difendere lo spazio pubblico e a garantire i diritti costituzionali delle fasce più deboli. La trasformazione della città, spazio politico per eccellenza, dovrebbe essere lo specchio più diretto e immediato delle convinzioni, delle aspirazioni, della cultura del governo locale.

Proprio per questo nessun accordo, nessun tavolo, nessuna strategia comune può vincolare le amministrazioni future, magari di segno politico opposto: non può sul piano giuridico, e non deve su quello politico. Insomma, la politica deve fare il suo mestiere. D’altro canto, anche la tutela deve farlo. Se esiste un sistema di tutela indipendente dalla politica, e che si basa invece su criteri tecnico-scientifici, è perché alcune scelte non possono essere nella disponibilità di chi opera cercando consenso. Chi deve dire di no, non può avere remore o aspettare la benedizione preventiva della controparte. Il sistema si regge su una virtuosa tensione: se la soprintendenza intende porre un vincolo, lo deve fare in perfetta autonomia, senza accordi preventivi e senza le inevitabili connesse trattative e annacquature.

Così come la politica deve, nel suo progetto, poter essere libera.

Lo sfascio delle nostre città è in gran parte frutto della lunga stagione dell’urbanistica contrattata, ormai sfociata in una urbanistica tutta privatizzata. Sarebbe letale impiccarci ora, seppur con le migliori intenzioni, a una “tutela contrattata”, o consociativa.

 

FQ   | 17 Gennaio 2019