La lunga marcia restauratrice di D&G per la riconfigurazione del corpo femminile

Nell’immaginario maschilista di tanta moda che abbiamo visto scorrere negli ultimi decenni, si può osservare che oggetti repressivi d’abbigliamento spesso si ripresentano allo scopo di ridefinire i confini fisici e mentali del ruolo della donna nella famiglia e nella società contemporanea 

È notizia di questi giorni che la Cassazione ha accolto il ricorso “Dolce& Gabbana”  avverso

l’accusa di esterovestizione avanzata del Fisco italiano. Nella sostanza, il contenzioso va riesaminato “alla luce dei principi del diritto comunitario sulla libertà di stabilimento”.

Rimettiamo ovviamente alla Magistratura competente la materia giurisprudenziale, senza entrare nel merito della giustezza del diritto comunitario, il quale consente che all’interno della UE gli Stati-membri possano applicare regimi fiscali diversi nonché sistemi retributivi differenti per le medesime prestazioni lavorative. Ma in questa sede vorremmo, invece, chiedere a Domenico Dolce e Stefano Gabbana, che hanno lanciato la loro immagine creativa all’insegna del made in Italy , cosa ne pensano della riconoscenza dovuta al proprio Paese per quanto ricevuto dalla storia a cui hanno attinto a piene mani, e quindi  al dovere quanto men morale che avrebbero, a nostro parere, di contribuire alla fiscalità generale su cui gravano i servizi sociali (scuola, sanità, etc.) che hanno fatto crescere questo Bel Paese?

Nel frattempo qui desideriamo esprimere il nostro punto di vista in ordine alla dichiarata “identità italiana” sbandierata nell’immaginario dello stile Dolce&Gabbana.  Sin dal debutto sulle passerelle i due stilisti asseriscono, infatti, che per le proprie collezioni trarrebbero ispirazione dalla cultura italiana con particolare riguardo alle suggestioni provenienti dalla Sicilia, le stesse idee, peraltro, trovano conferma nelle asserzioni della stampa (valgano per tutte le affermazioni contenute nel volume 20 YEARS DOLCE&GABBANA, 2005): “Tutto ciò che Dolce&Gabbana toccano si carica del loro amore profondo per l’eredità italiana, il disegno sensuale, l’ispirazione sincera che nasce dall’alto e dal basso, dall’artigianato di paese al Barocco maturo; dalla polvere delle pellicole neorealiste al glamour indimenticabile delle dive del grande cinema italiano”.

Oltre ad attingere al patrimonio di conoscenze artigianali della Sicilia, di cui lo stesso Domenico Dolce è erede – il padre sarto di Polizzi Generosa, cittadina d’arte  delle Madonie nel comprensorio palermitano –, il marchio Dolce&Gabbana ripropone gli elementi stereotipati del folclorismo siciliano più appariscente, costruiti ad arte a partire dall’Ottocento per promuovere il turismo nell’Isola e che oggi ritroviamo nel marketing identificato come made in Sicily. Se questi ultimi sono gli ingredienti più vistosi  e – perché no? – festanti e gioiosi della moda firmata  dai due stilisti, nella salsa del loro stile ci sono altre componenti, più piccanti, ad uso e consumo del voyerismo della società dello spettacolo, che si materializzano nei set ripresi da importanti nomi della fotografia, come quando alla sfilata a Milano della collezione primavera-estate 2000, venne ricostruito “un intero mercato, con bancarelle di frutta, pescivendoli e panettieri”, fotografato da Steven Meisen per la campagna pubblicitaria, “con Gisele vestita in modo elegante, molto sensuale, che si muoveva in mezzo ai venditori in un mercato italiano”, rivisitando – dichiarano i due stilisti nella lunga intervista pubblicata nel volume 20 years Dolce&Gabbana – “la collezione inverno 87/88, quella in cui Scianna fotografò per noi Marpessa al mercato della Vucciria a Palermo”.

La costruzione di questi palcoscenici, in verità, fa il verso all’immaginario filmico creato dai grandi registi del cinema italiano ma banalizzato e volgarizzato. Al centro delle composizioni viene per lo più rappresentata una donna in abiti succinti, aderenti e strizzati investita da sguardi torbidi di uomini che si qualificano come meridionali e che nelle versioni più sguaiate si spingono fino ad afferrare le membra femminili, come si compiacciono di ammettere gli stessi Dolce e Gabbana per la collezione autunno-inverno ‘90/’91: “Scattammo le foto in un club  di Little Italy a New York, un posto grande dove alle pareti erano appese foto di Frank Sinatra e Ronald Reagan. Linda e Christy entrarono subito nei personaggi: dovevano rappresentate donne dello spettacolo che hanno relazioni tempestose con dei tipi duri italiani”. Modelle con indosso le ultime novità, disinvolte e grintose ma proiettate in contesti fuori dal tempo e dallo spazio. Un “ritorno al futuro” destabilizzante se si pensa che nella moda i due riproposero il bustino e per dichiarazione degli stessi alla sfilata per la collezione primavera-estate 1992 tutte le modelle chiedevano : «C’è un corsetto per me?».

Se la storia dell’emancipazione femminile, dalla fine dell’Ottocento ad oggi, è passata anche per la liberazione del corpo da costrizioni quale il busto ad opera di signore della moda come Coco Chanel negli anni ‘20, osserviamo che il medesimo oggetto repressivo d’abbigliamento di tanto in tanto si ripresenta per ridefinire i confini fisici e mentali del ruolo della donna nella famiglia e nella società, cosa che avvenne, per esempio, nel secondo dopoguerra su proposta di un signore della couture: Cristian Dior. Nel caso di Dolce&Gabbana, ma anche di tanta moda che abbiamo visto scorrere negli ultimi decenni dinanzi ai nostri occhi, la proposta di riconfigurazione del corpo femminile, per soddisfare desideri maschili diversificati, è stata più subdola perché ha accreditato l’idea che la donna sia tanto più libera quanto più appaia bella, cattiva, affascinante e maliarda, per cui dal solare quadretto di genere “pane, amore e fantasia” può far capolino la malefica serpe: “Scattammo le foto in un mercatino tipico dell’Italia meridionale, dove si vendeva pesce, frutta, pane, carta” ma ecco che ad un tratto, raccontano i due stilisti, si presenta “quel venditore ambulante con il suo furgoncino! Sul telone della copertura ha scritto «Velenoso è il serpente, ma la donna è più potente». Lì al suo fianco c’è Marpessa. Assolutamente italiano!”

Ma andiamo alle recenti invenzioni pubblicitarie della coppia che, per lanciare l’ultima collezione in Cina, ha diffuso un video che ha innescato molte polemiche e ha causato il ritiro della griffe dalle piattaforme di e-commerce della Repubblica Popolare. I due, infatti, hanno pensato di creare un cocktail con ingredienti italiani (spaghetti, pizza e cannolo) e accessori cinesi (le bacchette al posto delle posate) servito agli sguardi da una giovane cinese. Ne hanno parlato tutte le testate nazionali e internazionali e nei social il video incriminato ha catalizzato la curiosità dei tanti che hanno voluto giudicare coi propri occhi se lo spot sia “sessista e razzista” come lo hanno inteso i cinesi offesi.

Noi non solo riteniamo che la pubblicità in genere si avvalga troppo spesso di rappresentazioni sessiste e discriminatorie nei confronti della donna ma siamo anche convinti che i due stilisti, consapevolmente o no, sin dal loro esordio hanno fatto leva su un preciso immaginario maschilista, sempre di tendenza nella moda. Ciò che ci stupisce, quindi, è l’ingenuità con cui, almeno fino ad adesso, la rappresentazione di una ”italianità” volgare e violenta, tutta giocata sull’esposizione del corpo femminile come oggetto e merce, sia stata osannata come il meglio del made in Italy dai più, inclusi alcuni pubblici amministratori che negli ultimi anni hanno consegnato temporaneamente per le sfilate della griffe le piazze più belle in quanto “occasione imperdibile” a loro dire “per l’immagine della città che” sarebbe stata così “veicolata in tutto il mondo” con “ricaduta mediatica e turistica esponenziale”. In verità si è trattato, secondo noi, di uno spossessamento degli spazi pubblici monumentali di metropoli ma anche di interi centri storici patrimonio dell’umanità. L’idea stessa dell’agorà simbolo di democrazia in quanto luogo in comune tra gli abitanti della città è stato svilito quando si è proceduto a transennare e ridisegnare le centralissime aree urbane che nel giorno della kermesse sono state rese accessibili solo a ospiti privilegiati, i quali hanno potuto vedere sfilare su corpi femminili “mosaici, cassate, carretti siciliani” e quant’altro. Rutilanti carrellate in cui scorrevano alcuni elementi della cultura, dell’arte e del folclore svuotati dell’originario senso e ricondotti a un immaginario da pop art americana di seconda mano, per il godimento degli invitati al banchetto ma anche e soprattutto per i desideri della grande massa dolce&gabbana esclusa.