Articolo 3/6.

In quest’articolo, diviso in due parti, ci occuperemo del cinquecentesco castello di Lecce rispetto a un’iniziativa che la locale Soprintendenza ha avviato a più riprese: dal dicembre 2017

alla fine di gennaio 2018; poi ancora dai primi di agosto alla fine di settembre 2018 e quindi dal 26 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019. La fortezza sarà oggetto anche del quinto episodio di questa rassegna ma da un altro punto di vista.

La gestione dell’iniziativa cui ci riferiamo, assegnata con incarico diretto dalla Soprintendenza all’associazione Swapmuseum (nell’ultima replica è il coinvolgimento ufficiale anche di un’altra associazione, The Monuments People), ha previsto un calendario di visite guidate in alcuni locali del castello recentemente restaurati. In questo caso il parziale totale (6) degli ambienti da visitare è stato suddiviso in due percorsi obbligatori e guidati (tablet + guida turistica) da completarsi nell’ora riservata a ciascuno di due turni previsti. L’accesso è gratuito, comunica la Soprintendenza, ma è obbligatorio noleggiare il tablet al costo di tre euro. 

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Ciò vale per chiunque sia il visitatore, fosse anche l’esperto mondiale di architettura rinascimentale militare il quale, e il paradosso è proprio qui, non sa, così come chi adesso sta leggendo queste righe, a quale supplizio sarà condannato attraverso il contenuto di quei tablet. L’iniziativa, tiene a ricordare la soprintendente architetta Maria Piccarreta, ha avuto e ha valore sperimentale. E qui cominciano le singolarità perché il significato di quel termine, «sperimentale», andrebbe meglio precisato. Non v’è dubbio, intanto, che esso ragionevolmente si possa applicare alla strumentazione del percorso di visita alla luce dei rischi, o meglio, imprevisti cui un sistema in rodaggio potrebbe essere naturalmente soggetto. Ci chiediamo, però, fin da subito perché questa prima definizione di sperimentazione (possiamo averne diverse declinazioni in realtà vedremo) ovvero il fatto che possa verificarsi il cattivo funzionamento di apparecchiature (evento realmente accaduto ad agosto per esempio) debba essere pagata dai visitatori.

La domanda sul significato del termine diventa, poi, ancora più complessa e sottile se la proiettiamo sulla qualità delle notizie storiche fornite ai fruitori. Può, cioè, un’informazione essere sperimentale? Secondo noi no. Il castello è stato restaurato quasi integralmente e una funzionaria architetta della Soprintendenza, Giovanna Cacudi, ne ha seguito le varie fasi, così ci dicono negli uffici del MiBACT.

Giusto per i non addetti ai lavori ricordiamo che, prima ancora dell’avvio di un restauro, dovrebbe essere condotta un’adeguata, approfondita ricerca storica la quale dovrebbe essere conosciuta a menadito da chiunque abbia seguito e segua il cantiere. In questi termini, ovvero a restauro concluso o quasi, l’analisi storica, e meglio ancora, il racconto storico presentato e confluito in quei tablet non può essere considerato sperimentale; esso dovrebbe essere già fissato, consolidato, verificato e, anzi, più che verificato tanto più se a fornirlo è la Soprintendenza che ha compiuto il restauro. Affermazioni semplici, le nostre precedenti, e talmente scontate da essere banale riaffermarle. Anzi no.

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A leggere il contenuto dei tablet, infatti, ci s’imbatte in un testo a dir poco approssimativo con mancanze, prima di tutto, nell’indicazione di alcune fonti storiche importanti (transeat) ed errori clamorosi come quello che, e non venga in mente ad alcuno di considerarlo un refuso, definisce Niccolò Tartaglia (1499-1557) un «informatico»; a questo punto, protestiamo energicamente perché la pecca più grave del testo nel tablet è che esso non ci informa quale computer o processore usasse tale noto scienziato rinascimentale. Se ciò vi fosse apparso esilarante è perchè non avete letto ancora il volumetto che, forte di denari pubblici, la stessa Soprintendenza di Lecce, con la cura anche della stessa architetta funzionaria, ha dedicato qualche anno fa ai restauri e alla storia di quel castello. In una scheda relativa all’araldica della fortezza (la notizia è anche nel testo del tablet) si descrive una croce al centro di uno stemma partito – relativo al viceré Don Pedro da Toledo e alla moglie – come quella di un ordine cavalleresco quando, invece, quella croce è solo un pezzo di metallo al quale si appendeva forse un lampadario o qualcosa del genere.

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Lasciamo perdere il resto del testo storico, le sue inesattezze e soffermiamoci su quanto è nella cappella del castello dove all’interno di una ampia nicchia centinata laterale viene proiettata l’immagine della «Ricostruzione virtuale», così recita il tablet, di un altare con, al centro, un dipinto raffigurante Santa Barbara sotto il cui nome tale piccola chiesa e altare sono segnalati. L’immagine proiettata non è, però, la ricostruzione dell’altare di quella santa -come sarebbe corretto storicamente e come ci si aspetterebbe- ma quella di un altro oggi dedicato a San Fortunato posto nella cattedrale di Lecce. Né nel commento sonoro diffuso in chiesa, né nella specifica didascalia del tablet, si mette al corrente il visitatore di questa anomalia, errore, inganno, svista, chiamatelo come vi pare. Non è la prima volta che accade qualcosa di simile.

Come dimenticare, infatti, che circa dieci anni fa, per la Soprintendenza di Lecce, la stessa funzionaria curò, assieme a due noti storici, una mostra dove si assegnava la paternità a un artista barocco di una scultura marmorea “dimenticando” di indicare che un intero basamento con teste d’angelo, parte di quell’opera, era, invece, solo un intervento di restauro (forse addirittura il primo in Italia fra quelli dell’immediato secondo dopoguerra) in cemento realizzato nell’agosto del 1945? Il clamoroso strafalcione finì pure sulle pagine del Corriere e fu intervistato anche chi fece da modello per quei volti d’angelo in quel lontano, fatidico anno. La storia sembra ripetersi in tali sviste. Ed è proprio in questi momenti che varrebbe la pena porsi la domanda se non sia arrivato il momento di applicare la rotazione anche dei funzionari. Se non lo prevede una legge che almeno sia il buon senso a dettarlo. 

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Quanto descritto a proposito dell’altare della cappella castellana appare poi in tutta la sua gravità se si ricorda che all’epoca degli scavi (2006 circa) l’allora soprintendente di Lecce, Ing. Attilio Maurano, consentì che i frammenti dell’altare di Santa Barbara fossero individuati fra i molti rinvenuti e lo stesso dirigente ne rese possibile lo studio. Ne emerse un inedito importante ovvero che l’altare risultava compatibile con l’attività scultorea di un artefice, allora pressoché sconosciuto, che, sulla base di studi allora in corso, si sarebbe dimostrato uno dei maggiori artefici del Barocco Leccese, quell’Angelo Ricciardo che eseguì sue opere per le più prestigiose committenze di Terra d’Otranto fra cui, e il dettaglio è di primaria importanza vedremo a breve, anche il vescovo di Lecce Mons. Luigi Pappacoda; questi, infatti, fece realizzare nel 1656, nella cattedrale di Lecce, l’altare di San Giusto, opera che spicca per quell’eloquenza formale propria di Ricciardo.

Se, quindi, tornando alla chiesa castellana, si fosse voluto proiettare nella nicchia un esempio di altare (avendo rinunciato alla ricostruzione virtuale dell’originale), l’operazione più vicina alla correttezza storica avrebbe potuto, per esempio, essere l’inserimento dell’immagine dell’altare di San Giusto che con quello di Santa Barbara condivide le stesse forme. Ironia della sorte, è proprio il caso di dire, l’altare di san Giusto, è poi di fronte a quello di San Fortunato nella medesima cattedrale: sarebbe stato sufficiente girarsi e guardare meglio.

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Meglio ancora, poi, sarebbe stato restituire virtualmente l’altare di Santa Barbara sulla base dei frammenti rinvenuti negli scavi. Ci chiediamo, però, a questo proposito: chi ha seguito il restauro del castello di Lecce ha le conoscenze storiche per realizzare tutte le operazioni che abbiamo suggerito? Evidentemente no perché altrimenti le avrebbe già fatte e non avremmo avuto le anomalie che si sono qui evidenziate e, soprattutto, ci avrebbe risparmiato la tristezza – che è comunque pur senza rassegnazione – nella stesura di queste righe. Consentire, poi, a chi già identificò quei frammenti di procedere a quella ricostruzione completando lo studio dell’altare, appare un’ipotesi lontanissima, visto il contesto. Una cosa appare certa, però, proprio quel contesto sembra molto diverso da quanto riportato tempo fa su una nota testata nazionale dove, con scarsa conoscenza della realtà locale evidentemente, si definiva quella di Lecce una Soprintendenza “illuminata”. Forse la commentatrice si riferiva agli illuminati del libro di Dan Brown intitolato Angeli e Demoni. Delle famose sette lampade dell’architettura di cui scrive John Ruskin, almeno quella della Memoria, vorremmo tenerla accesa. 

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Per quanto riguarda, infine, sempre il castello, abbiamo chiesto per amore completezza e trasparenza chi abbia predisposto i testi dei tablet e curato quello della cappella di Santa Barbara in particolare. La soprintendente Piccarreta ha dato una risposta troppo generica per non considerarla reticente: la Soprintendenza. Un funzionario o dirigente che non avesse letto quei testi storici del tablet prima di renderli pubblici riteniamo abbia compiuto il suo lavoro in modo discutibile venendo meno il rispetto del MiBACT e dei visitatori; e ciò ancora di più se, invece, avendolo letto non avesse riconosciuto, segnalato e rimediato a quegli errori. In ogni caso, appreso quanto appena raccontato, un più che sorridente alto dirigente nella sede romana del ministero ci informa che la responsabilità dei testi che escono da una Soprintendenza è prima di tutto del soprintendente tanto più quando non specificato altro nome.

Fine terzo articolo, a breve il quarto.

 

*Il titolo di questa breve rassegna in sei capitoli –Il gran circo dei beni culturali: nanetti, giocolieri, saltimbanchi e donne cannone- trae origine da un fatto realmente accaduto a Lecce con l’apparizione mistica di un tendone da circo di cui racconteremo unitamente ad altri casi. Il riferimento al capoluogo salentino, così come i richiami, a tratti doverosi, ad altre istituzioni è, oltre che conseguente ai fatti stessi, puramente indicativo. La realtà che ruota attorno ai beni culturali è tale oramai che ciò che accade in una città accade anche in un’altra e ogni città diventa rappresentazione del mondo. Abbiamo deciso di dividere in capitoli un racconto -nato, in effetti, unitariamente come riflessione generale- così come uno spettacolo circense è diviso in singoli numeri. Ci sarà quello dei nanetti, quello dei giocolieri, quello dei saltimbanchi, quello della donna cannone e così via; a chi scrive l’umile compito di accogliere sotto il tendone di questa narrazione il lettore/spettatore con il tradizionale: «Venghino, Signori, Venghino» sul crescendo fantasmagorico del celebre tema musicale scritto da Nino Rota per il felliniano «8½»(https://www.youtube.com/watch?v=nWqC6kRCLjI) ˂3 gennaio 2019˃.

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PS. Mentre si era in attesa di pubblicare il primo di questi articoli è accaduto l’inimmaginabile ovvero che il sindaco di Lecce e tutta la sua amministrazione hanno rassegnato le dimissioni. Il tema musicale segnalato in precedenza acquista così ancor più pertinenza rispetto alla realtà dei fatti politici tanto più in considerazione che esso è spesso identificato con il titolo “La passerella d’addio” nel finale del capolavoro felliniano (https://www.youtube.com/watch?v=Vb77JICtSP0) ˂8 gennaio 2019˃. Abbiamo deciso di non modificare i testi dei singoli articoli.

Articoli precedenti:

1/6 

https://emergenzacultura.org/2019/01/08/fabio-grasso-il-gran-circo-dei-beni-culturali-nanetti-giocolieri-saltimbanchi-e-donne-cannone/

2/6

https://emergenzacultura.org/2019/01/10/lecce-il-tendone-da-circo-e-lex-chiostro-dei-teatini/?fbclid=IwAR0C7Y-HlkylOtU080sQXyHsF0Mt3Au4UU2Jeis7lY0TwpGcwMUNUDrjmnA