La sintesi dello sconcerto dei sardi nello sguardo del più espressivo tra i giganti di Mont’e Prama. Quegli occhi tondi spalancati sulla Sardegna -vista dall’alto di tanta esperienza -,

raccontano il nonsenso del presente dell’isola, nello sfondo il disappunto per il numero elevato di poveri che la abitano  nonostante la qualità delle risorse naturali. Come annotava nel primo Ottocento Jean Antoine Carbonazzi, illuminato ingegnere incaricato dal re di collegare con una vera strada Cagliari con Sassari.

Ragionevoli le preoccupazione per il futuro, l’interrogativo su chi/e su cosa fare conto nel vortice di avversità crescenti. Tutti più o meno consapevoli dei pericoli. Come quello indicato dai Medici per l’ambiente (ISDE), secondo i quali un sardo su tre rischia di contrarre gravi malattie legate all’inquinamento. A cui si aggiunge la brutta posizione nella classifica ISTAT sulle aspettative di vita.  Inquietante, né può rincuorare la longevità di qualche famiglia in Ogliastra,  il vigore di qualche albero millenario, la prestanza del ciclista Aru che non teme salite,  il pecorino anticolesterolo, ecc. Comunque cin cin. Con la promessa di farci più caso: in molte parti dell’isola (come altrove nel Paese) sono state compromesse, in una sola botta, tre fondamentali tutele costituzionali, il lavoro e la salute oltre al paesaggio. Pure per questo ha senso la difesa strenua dell’art. 9 Cost. – come si spiega continuamente in queste pagine.

Lo sanno  a PortoTorres, davanti al Parco nazionale di Asinara,  dove sono stati dispersi   in terra e in mare   chissà quanti rifiuti tossici da lavorazioni industriali; stessa storia nei pressi di Portoscuso, dove la catena alimentare è alterata, temo in modo insanabile. Due casi – a nord e a sud – che spiccano per notorietà in un quadro di manomissioni diffuse.  D’altra parte si sono dati un gran daffare in tanti e in tanti anni: contaminando 450mila ettari di terra, devastando due terzi del patrimonio boschivo, appiccando incendi dappertutto,  trasformando i litorali in basamenti di brutte case. A cui si aggiungono le troppe urbanizzazioni illecite con grave scempio di assetti idrogeologici.  Come attorno a Capoterra nel Capo di Sotto e a Olbia in Gallura dove il cielo in autunno non è mai più “sempre più blu”. Pure l’ hi-tech  è una minaccia, si vedano i blitz nelle campagne  degli speculatori sulle energie rinnovabili. E  per non farsi mancare nulla, il malandato Sulcis ha aperto le porte a una fabbrica di bombe,  testabili comodamente nelle guerre simulate a Quirra (perché in Sardegna ci sono grandi servitù militari!). Tutto questo mentre si invocano flussi turistici oltre l’estate.

Non serve l’eta  del gigante per contabilizzare gli sfregi al patrimonio naturale e culturale sardo; e neppure la stima di demografi per sapere gli anni di vita che restano a questo o a quel paese spopolato (per via della lontananza dal mare, ci spiega qualche professore). Basta guardarsi attorno; e chi si  interroga trova la risposta nella vignetta impietosa di Altan. “Cos’ho dottore?/Niente, ha perso tutto”. Accade in genere per avvantaggiare alcuni. E non c’è storia se sulle comunità si scaricano squilibri territoriali in continuità, a causa del cattivo governo, come negli affreschi trecenteschi di Pietro Lorenzetti monito per i senesi (il rimpianto Monte dei Paschi è cresciuto grazie al buon governo delle terre agricole). 

Pure per questo è precipitata la fiducia verso la politica, in fondo alle classifiche dei sondaggisti. Nel contesto di una diffidenza crescente e pericolosamente generalizzata.

Ha ancora credito la Chiesa ma con poco entusiasmo, nonostante  Papa Francesco e le sue esortazioni perché si affermi  una visione politica più adeguata ai bisogni: “altri modi di intendere l’economia e il progresso” (Laudato  si’, § 16).   

 Per questo ho letto con sollievo l’intervista (su <La Nuova Sardegna> del 30 dicembre)  al capo della Caritas italiana, il sardo don Francesco Soddu. Chi lo conosce non ha alcun dubbio  sulla sua affidabilità e sul profilo alto del suo programma di soccorso ai disgraziati nelle strade non solo italiane,  soprattutto ai più sfortunati che cercano accoglienza lontano da casa. 

Una missione che prende forza dalle analisi sulle ragioni  per cui tanti – pure vicino a noi –  hanno urgente bisogno di solidarietà.  Non è casuale che chi dirige la Caritas  abbia evocato “il grande dolore per le povertà e le fragilità”  della Sardegna. Un paradigma utile per spiegare i grandi danni alla Penisola+isole, le ripercussioni sulla società. La Caritas evidenzia il degrado del territorio sardo “martoriato dai veleni delle fabbriche e non solo, impoverito dallo spopolamento dei piccoli centri e da un tasso di disoccupazione sempre crescente (…)”. Un riassunto impeccabile, utile per  decidere di respingerli sempre i ricatti e i condizionamenti “da parte di chi, arrivato da fuori, non ha fatto altro che contribuire ad impoverire ulteriormente i sardi”. Non c’è alternativa, sostiene don Soddu, alla necessità  di salvaguardarli i beni culturali e paesaggistici, proprio per tutelare il lavoro delle prossime generazioni multietniche. Nella Sardegna povera servirà tenere in vita, aggiornandola, la coscienza di classe, anche con la difesa dei patrimoni locali tutelati dalla Costituzione. Ma la coscienza di luogo    indispensabile  per ogni progetto di riscatto – è venuta meno da un po’ in questo Paese, nel solco del deficit denunciato da Pasolini 40 anni fa: “il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”. La verità, appunto. Ma si avverte già in questa fase preelettorale (in Sardegna si voterà a febbraio per rinnovare il parlamento regionale) la solita propensione  a raccontare un’altra isola  meno infelice. Inammissibile per chi dovrebbe usare con cura il residuo sottile dell’ autorevolezza di cui dispone,  e convincere gli elettori, non solo di sinistra, che un programma di governo per ridurre le disuguaglianze è ancora ipotizzabile e attuabile. La Caritas  osserva il disagio sociale più del Pil, e crede che sia indispensabile agire prima che il malanno si acutizzi. È – appunto – il compito  della politica, che ti diventa insopportabile quando finge di svolgerlo. La Sardegna respira ancora? Forse. Ma ogni giorno perde energie  perché tanti – come Anna e Marco della canzone di Lucio Dalla – vorrebbero andare via. Anche se non sanno “dov’è la strada per le stelle”.