Il gran circo dei beni culturali: nanetti, giocolieri, saltimbanchi e donne cannone*

Episodio 2/6.

Ironia a parte qui non si critica in termini assoluti la scelta dei colori né quella di impiantare un

tendone all’interno del chiostro, lo ribadiamo, ma l’assoluta mancanza di un’idea di spazio, un’idea progettuale che scaturisca da una valutazione attenta e precisa della storia dell’edificio e di quell’edificio in quella città. La posizione di quel tendone circense nega con estrema, ingenua gratuità la centralità storica e consolidata dello spazio mentre l’opacità colorata delle sue cortine perimetrali isola e rifiuta il chiostro. Il grave limite di questa iniziativa comunale, la quale vuole essere culturale ricordiamolo, è che da quel tendone gli utenti (bambini in particolare) ne escono, rispetto a quando sono entrati, addirittura ancora più inconsapevoli del valore storico di quello spazio claustrale. Non un invito alla memoria di quel luogo, non un invito alla Memoria, in termini più generali, come risorsa umana. Eppure qualcosa si sarebbe potuto fare se solo non fossero spariti, e il comune di Lecce non dà risposte in merito, i denari vinti con un bando del Ministero dell’Università e della Ricerca scientifica.

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Qui, a dire il vero, non interessano neppure le critiche che abbiamo letto su giornali e social riservate a quel tendone; e non seguiamo quella vis polemica perché tutti quei commenti, oltre che faziosi, così come solo la politica contemporanea riesce a fare, si è notato provenire da chi, di quel chiostro, non sarebbe in grado di distinguere la parte Ottocentesca da quella Seicentesca. In mancanza di un adeguato approccio storico-critico, l’impianto di quel tendone ha il sapore dell’imposizione quasi divina e la sua giustificazione non è nella storia dell’architettura, né in quella dell’arte e neppure in quella della progettazione architettonica; c’è in tutto questo il facile sconfinare in quell’atteggiamento, populista, sovranista, qualunquista di coloro che ritengono di dover fare, non il proprio lavoro, ma quello degli altri, pensando senza indugio in più di compierlo meglio degli altri più titolati. E’ il Paese dei sessanta milioni di allenatori della Nazionale di calcio, non dimentichiamolo. E’ il Paese del celebre “ ‘O famo strano”, come con ironia Carlo Verdone in un suo film, e non a caso molti commentatori della carta stampata locale, a digiuno di qualunque conoscenza artistica, hanno sottolineato “il mai fatto prima” dell’impianto del tendone come fosse un dato positivo; a sua volta quel motto verdoniano, nella fattispecie del tendone, si fonda anche sulle parole del marchese del Grillo secondo il quale: “io so’ io e voi non siete un…”. 

Queste le voragini, quindi, in cui si rischia di precipitare; questo il contesto attraverso cui l’edificio storico diventa un “contenitore”. Ha così un senso psicologico e perfettamente coerente quindi la domanda posta da qualcuno su un noto social se cioè un tendone sia mai stato visto dal campanile del vicino Duomo di Lecce. Evidentemente no, o meglio, non ancora fino a oggi perché i venti anni di berlusconismo sono stati definitamente portati a compimento solo troppo recentemente da certe politiche renziane in materia culturale. A dire il vero, continuando la lettura in profondità di quanto accade a Lecce (ma ciò sta verificandosi un po’ d’ovunque in Italia), almeno un’idea preconcetta, così come l’aspide di Cleopatra, sembra insinuarsi nelle menti di molti dal punto di vista culturale. Senza dichiararlo apertamente tutto ciò che è Storia (dell’arte, dell’architettura e così via) e di riflesso centro storico si associa alle politiche di centro-destra (come se il conservare della tutela fosse sinonimo del conservatorismo in politica) o a qualcosa di giochereccio (nella sua variante più chic, il termine gamification è davvero un piccolo capolavoro di linguistica musicale) che deve disimpegnare così come una pesante giornata di lavoro giustifica la visione di una puntata del Grande Fratello (anche qui sovrapponendo indebitamente due significati diversi del termine “leggerezza”). Nulla di più sbagliato anche perché -per il caso leccese ma anche altrove perché la situazione generale è tale che invertendo l’ordine dei fattori politici, il prodotto culturale non cambia- sia nella vecchia amministrazione di centro-destra che nell’attuale, blob succedaneo della sinistra, non esisteva e non esiste la consolidata capacità di gestire la cultura storica della città che, di fatto, non concoscono, anzi, nell’ipotesi migliore, fingono di conoscere, e per questo rifiutano. 

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C’è, infine, un aspetto più di carattere sociale che vorremmo raccontare, anche questo usato dai “tendoniani” ovvero: coloro che criticano quel tendone sono quelli che vogliono togliere un divertimento ai bambini e quelli più poveri in particolare. Anni di comunicazione Mediaset hanno fatto scuola in modo devastante. 

L’organizzazione che usa quel tendone ha previsto anche iniziative a pagamento -con biglietti che vanno dai cinque euro e cinquanta fino ai sette euro (anche in questo caso una cifra non indifferente se consideriamo le statistiche sulla povertà)- e i famosi biglietti “sospesi”, quelli cioè pagati da qualcun altro e concessi ai più poveri. Tale idea trae origine dalla tradizione napoletana dei “caffè sospesi”: qualcuno lascia pagato un caffè, qualcun altro entra nel bar, va al bancone e chiede il caffè sospeso; tutto questo in modo molto semplice, fatto soprattutto all’insegna della discrezione e senza passaggi intermedi. Conosciamo molto da vicino le realtà umane in difficoltà e sappiamo che il passo più difficile per tutti è chiedere il sospeso, quello che etichetterebbe agli occhi dei presenti il richiedente come un povero; abbiamo così scritto agli organizzatori il 24 dicembre usando la via di comunicazione, fra quelle indicate dai medesimi, più semplice, accessibile e discreta sapendo che il 27 dello stesso mese sarebbero cominciati gli spettacoli. Nella risposta, arrivata solo il 30 dicembre, l’operatore ci invitava a chiamare un numero telefonico per “ottenere informazioni su come ottenere il sospeso”. Anche in uno degli infopoint segnalati dall’organizzazione, visitato personalmente, si rinviava a un numero telefonico. Lasciano perplessi in tutto questo iter sia la lentezza nella risposta (per un’iniziativa che va dal 27 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019) che il dover fare un passaggio tanto ulteriore quanto inutile alla luce del mai sufficiente riserbo. Così come per il caffè napoletano -per il quale non c’è neanche bisogno di ricorrere all’intermediazione di associazioni come, invece, accade a Lecce salvo gentili, apprezzabili eccezioni- auspicabile dovrebbe essere che ogni singolo cittadino bisognoso potesse ottenere un sospeso nel modo più diretto e discreto possibile. Come molto spesso abbiamo evidenziato, le iniziative culturali così come i musei, almeno quelli pubblici, hanno come diretto concorrente la televisione e i centri commerciali. Fino a che, nella capacità di attrarre pubblico di musei e similari, la soglia di accesso ai luoghi di cultura sarà più alta rispetto a quella nulla di tv e centri commerciali, la battaglia sarà persa e il pubblico andrà sempre verso i secondi.

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Sotto quel tendone, quindi, vi sono molti aspetti da chiarire inclusa, trattandosi qui di beni culturali, l’assoluta assenza (?) della Soprintendenza di Lecce per la quale, evidentemente un tendone in un chiostro seicentesco è cosa normale. Cosa sarebbe successo, ci chiediamo, se la richiesta per montare quella tenda fosse arrivata da un privato cittadino? E cosa succederà, dopo il 6 gennaio, se un circense chiedesse di collocare il proprio tendone sempre in quel chiostro? In questo scenario c’è, però, una nota positiva e, significativamente, arriva dall’Arcivescovo di Lecce, Mons. Michele Seccia il quale ha ospitato (ci comunica il suo ufficio di segreteria), tutti quegli artigiani che, “cacciati dal tempio civico” anzi dall’ex convento dei Teatini per volontà del sindaco Salvemini, il seicentesco seminario, “tempio ancora sacro”, ha potuto contenere. 

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Questa storia offre almeno due insegnamenti: qualcuno, a volte, è più realista del re ma l’originale, ovvero in questo caso l’arcivescovo e ciò che questi rappresenta, è sempre meglio dei tentativi d’imitazione; ridurre un chiostro storico a un “contenitore”, dal punto di vista del rapporto con la Storia, è voler cancellare quella libertà che si è cercato di costruire faticosamente in circa 5000 anni di storia umana. Il messaggio più importante da consegnare ai bambini è forse proprio quella libertà custodita dalla Storia dell’Arte e costruita e fondata attraverso il riconoscimento della specificità e differenza di luoghi, simboli, sensibilità, esseri umani.

Fine del secondo episodio.

 

 

* Il titolo di questa breve rassegna in sei puntate trae origine da un fatto realmente accaduto a Lecce con l’apparizione mistica di un tendone da circo di cui racconteremo unitamente ad altri casi. Il riferimento al capoluogo salentino, così come i richiami, a tratti doverosi, ad altre istituzioni è, oltre che conseguente ai fatti stessi, puramente indicativo. La realtà che ruota attorno ai beni culturali è tale oramai che ciò che accade in una città accade anche in un’altra e ogni città diventa rappresentazione del mondo. Abbiamo deciso di dividere in episodi un racconto -nato, in effetti, unitariamente come riflessione generale- così come uno spettacolo circense è diviso in singoli numeri. Ci sarà quello dei nanetti, quello dei giocolieri, quello dei saltimbanchi, quello della donna cannone e così via; a chi scrive l’umile compito di accogliere sotto il tendone di questa narrazione il lettore/spettatore con il tradizionale: «Venghino, Signori, Venghino» sul crescendo fantasmagorico del celebre tema musicale scritto da Nino Rota per il felliniano «8½»(https://www.youtube.com/watch?v=nWqC6kRCLjI) ˂3 gennaio 2019˃.

 

PS. Mentre si era in attesa di pubblicare il primo di questi episodi è accaduto l’inimmaginabile ovvero che il sindaco di Lecce e tutta la sua amministrazione hanno rassegnato le dimissioni. Il tema musicale segnalato in precedenza acquista così ancor più pertinenza rispetto alla realtà dei fatti politici tanto più in considerazione che esso è spesso identificato con il titolo “La passerella d’addio” nel finale del capolavoro felliniano (https://www.youtube.com/watch?v=Vb77JICtSP0) ˂8 gennaio 2019˃. Abbiamo deciso di non modificare i testi dei singoli episodi.

Episodio precedente:

1/6

https://emergenzacultura.org/2019/01/08/fabio-grasso-il-gran-circo-dei-beni-culturali-nanetti-giocolieri-saltimbanchi-e-donne-cannone/

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