La tassa d’ingresso a Venezia è profondamente iniqua. Il problema è, sì, il sovraffollamento, ma questo deriva anche o soprattutto dalle “grandi navi” che sbarcano centinaia di turisti “mordi e

fuggi” a Venezia, come a Roma da Civitavecchia o altrove. Il normale soggiorno del “turista” a Venezia non è mai senza spesa, perché implica al minimo soste ai bar (cari non poco) ai supermercati, ai ristoranti e così via. Ma soprattutto implica la spesa per la visita ai “luoghi d’arte”: dal Palazzo ducale a San Marco, per le aree riservate (Pala d’oro, Tesoro, Loggia, Campanile), alle chiese (Scuola grande di San Rocco, Frari, Santi Giovanni e Paolo e cento altre). Per non parlare delle mostre. Questi luoghi d’arte non è necessario vederli in una sequenza di due tre quattro giorni, li si possono anche centellinare un paio per volta senza doversi sobbarcare i costi dell’albergo (non lievi).

chi vive a Treviso, a Bologna, a Bergamo, a Firenze,  lo può fare normalmente. Se con Venezia si agisce così, lo si dovrà fare anche almeno per Firenze e Roma, ugualmente sovraffollate e comunque i fiorentini e i romani avranno tutti i diritti di introdurre un biglietto di visita, perché la devastazione turistica e la fragilità dei monumenti è la stessa (in termini di comportamento umano, naturalmente non per le maree, caso specifico di Venezia). Così come la questione dei migranti non si risolve con l’espulsione, per i “turisti” (ma come identificarne gli scopi di visita?) la questione non si risolve con una tassa, almeno nella quotidianità (Il Carnevale, lo ammetto, è un’occasione a sé).  D’altronde se è vero che Venezia vive dell’economia turistica, a maggio ragione i 10 euro sono un balzello inammissibile e di per sé contraddittorio.

 

Il Manifesto, 3 gennaio 2019