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In difesa dell'articolo 9

Filippomaria Pontani, Serenissima straniera: parla solo in lingua inglese e tedesca

Due mostre su Bisanzio e sulla stampa nel 400, pur curate ed erudite, sono concepite esclusivamente per il pubblico “global” proveniente dall’estero 

Saggezza straniera in Laguna. Le due mostre attualmente ospitate dai Musei Civici di Piazza

San Marco provengono entrambe dall’estero, e hanno l’una un titolo inglese e l’altra un catalogo solo in tedesco; attecchiscono però su un terreno più fertile e “glocal”. Gli ultimi giorni di Bisanzio è allestita (fino al 5 marzo presso la Biblioteca Marciana) dal Museo Diocesano di Frisinga in Baviera, e ripercorre il viaggio in Europa col quale tra il 1399 e il 1403 l’imperatore d’Oriente Manuele II Paleologo, scampato a un furioso assedio dei Turchi, cercò di tessere alleanze in funzione anti-ottomana, per esempio donando a Gian Galeazzo Visconti duca di Milano una bella icona della Vergine “Speranza dei disperati” (poi finita proprio al duomo di Frisinga) e al monastero francese di St. Denis un prezioso codice miniato dello pseudo-Dionigi Areopagita (ora al Louvre).

Nella mostra, in cui perfino il video introduttivo è solo in tedesco (!), si vedono questi e altri oggetti che illustrano i rapporti fra Bisanzio e l’Occidente fino ai tempi del celebre cardinale greco Bessarione, il quale scrisse un elogio funebre di Manuele II (ne è esposto l’autografo), e nel 1468 legò alla Serenissima i propri codici, nucleo originario della stessa Biblioteca Marciana.

Come segnala laconicamente uno dei pannelli, l’attualità di Manuele II, imperatore abile e istruito, sta nella citazione dai suoi Dialoghi con un Persiano (scritti negli anni ’90 del XIV secolo) all’interno del controverso discorso di papa Benedetto XVI all’Università di Ratisbona nel settembre 2006. Il passo incriminato riguarda l’alterità di fondo tra la parola di Cristo e il messaggio di Maometto, dipinto come “cattivo e disumano”: “Il suo ordine di diffondere la fede tramite la spada” cozzerebbe contro il principio di ragione, viceversa sempre seguito e tutelato dalla fede cristiana. I visitatori più avvertiti ricorderanno che le reazioni al discorso di Ratisbona furono all’epoca così negative da alimentare un grave scontro diplomatico e culturale a livello planetario (dure anche le parole dell’allora cardinal Bergoglio). Con piena ragione, se è vero che i Dialoghi di Manuele II mirano a difendere l’assoluta superiorità della fede cristiana, riducendo l’interlocutore musulmano a un dotto sparring-partner, e proseguendo una tradizione di polemica anti-islamica non solo bizantina ma anche occidentale (il Contra legem Saracenorum di Ricoldo di Monte Croce, tradotto in greco da Demetrio Cidone).

Oggi, quando l’Europa è agitata da un ripiegamento identitario che – a cominciare dai Paesi dell’Est – assume volentieri tratti di difesa confessionale, avrebbe giovato una riflessione sulla retorica del Cristianesimo cattolico e ortodosso alla vigilia della caduta di Bisanzio del 1453. Ma forse non era possibile chiedere tanto a una mostra organizzata (che coincidenza!) da quella stessa diocesi di Frisinga in cui il giovane Joseph Ratzinger studiò teologia e fu ordinato sacerdote nel 1951.

Ancora di Quattrocento e di libri, e in particolare della transizione dal manoscritto alla stampa nella seconda metà del XV secolo, parla la seconda mostra (Printing Revolution, al Museo Correr fino al 30 aprile), che presenta i primi risultati di una ricerca dell’Università di Oxford su provenienza, circolazione e fortuna dei libri stampati in Europa entro il 1499, i cosiddetti incunaboli. Se la selezione dei libri esposti ha purtroppo fini essenzialmente decorativi, l’ausilio di ottimi video consente al visitatore di scoprire la progressiva diffusione delle stamperie nell’intera Europa dal 1455 in poi, la distribuzione dei tipografi nei singoli sestieri di Venezia (diventata ben presto centro europeo della stampa), gli aspetti commerciali della vendita dei libri e il loro impatto sui processi di istruzione. Si tratta insomma di un’introduzione didattica al fenomeno fondata meno su singoli aspetti tecnici o filologici e più sullo studio dei big data (il progetto, che coinvolge molte biblioteche europee, ha per ora studiato 50mila dei quasi 500mila incunaboli conservati).

Anche qui l’aria straniera porta qualche semplificazione-civetta (“I bestseller del Quattrocento”, “L’Amazon del Rinascimento”, “Libri come tutorial”), ma pazienza. Frequenti però i cenni al parallelo con l’odierna rivoluzione digitale, che richiama quella della stampa in quanto interviene sull’ampiezza del pubblico, sui rapporti economici legati alla circolazione dei testi, sul policentrismo e il controllo delle informazioni etc. È un confronto più volte avviato dagli studiosi (già nelle ultime edizioni del libro di Elizabeth Eisenstein che dà il titolo alla mostra), ma che qui rimane limitato a singoli slogan, per lo più scritti su pannelli gialli dall’ominoso titolo “Think!” (pink? positive?): starà ai visitatori problematizzare meglio, a fronte delle analogie, le discontinuità sostanziali tra il medium digitale e quello cartaceo, diverse modalità di fruizione, nuove (e incerte) modalità di conservazione dei testi, incomparabile rapidità e pervasività del mutamento.
FQ  | 29 dicembre 2018

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