“Il 10 giugno 1944 i partigiani… liberavano da questo carcere 72 detenuti politici di varie nazionalità condannati dai tribunali fascisti. A ricordo di quanti hanno dovuto soffrire per la
libertà di pensiero”. Visto il periodo “nero” che attraversa il Paese, c’è da credere che non sarà certo questa lapide e il rispetto per la sanguinante memoria della Resistenza a salvare il San Domenico. L’immenso complesso medioevale – prima castello, poi convento e infine carcere –, grande 36.000 metri cubi e 8.377 metri quadrati, cioè più di un decimo della città storica, aspetta di conoscere il proprio destino: alle 18 dell’11 gennaio prossimo sapremo, infatti, se il cuore di pietra di San Gimignano avrà trovato un padrone. Scade infatti quel giorno il bando della “concessione in project financing del risanamento e della valorizzazione del complesso”.

Il project financing è uno strumento che nasce per le grandi opere pubbliche: nelle quali l’imprenditore si accolla il costo e l’esecuzione in cambio di entrate future provenienti dalla gestione pro tempore dell’opera realizzata. Il rischio tipico di questo schema è che, per dirla col giurista Giuseppe Manfredi, “finiscano per essere realizzate opere pubbliche, od opere di pubblico interesse, che si risolvono solo in un profitto per l’impresa che le realizza, anziché per la collettività”. Non mancano gli esempi: dagli ospedali toscani alle autostrade del cosiddetto sistema pedemontano, alla realizzazione di parcheggi sotterranei (con, o senza, annessi centri commerciali) in piazze storiche di tutta Italia.

Eppure, è proprio questo discutibile strumento che la giunta Pd di San Gimignano (il cui sindaco, Giacomo Bassi, è arrivato alla fine del secondo mandato) ha deciso di usare per determinare il futuro del più importante degli spazi pubblici della piccola, mirabile città dalle diciassette torri, lentamente sfibrata da un turismo desertificante. L’idea è semplice: se una cordata di imprenditori si presenta, potrà prendersi per 70 anni tutto il complesso (senza canone), restaurarlo a proprie spese (con 22 milioni, su 59 dell’intero investimento: assai poco, in confronto ai profitti potenziali) e trasformarlo per oltre un terzo in albergo di lusso. Per il resto dello spazio, il bando prevede che possa essere subappaltato dai vincitori ad attività sociali e artigianali: ma a prezzo di mercato, e dunque di fatto fuori da ogni logica di possibile partecipazione dal basso.

La notizia è clamorosa soprattutto per chi conosce la storia delle battaglie civili che hanno restituito quel carcere monumentale alla città e alla sua vita. Il progetto del Viminale, infatti, era questo: farci un super albergo a 5 stelle, con parcheggio interrato. Quando il carcere venne chiuso, nel 1993, e quel disegno divenne pubblico, iniziò una dura lotta tra amministrazioni comunali e Demanio. Si mobilitarono comitati e intellettuali, ed era il 2004 quando Franco Cardini dichiarava all’Unità: “Privato è diventata la parola magica. Sono abbastanza allarmato da come vanno le cose. Sembra che l’erosione dall’interno dello Stato non risparmi più nessuno”.

Ancora nel 2009 l’amministrazione (sempre Pd) affermava con forza: “No alle privatizzazioni, per il San Domenico abbiamo vinto una dura e lunga battaglia per scongiurare che il vecchio convento fosse trasformato esclusivamente in un albergo, sottraendolo per sempre alla fruizione pubblica di una parte bellissima della città”. La battaglia fu vinta: perché il San Domenico passò dal Demanio ad una proprietà congiunta di Comune e Regione Toscana, e nel 2011 fu approvato un piano di valorizzazione esemplare, che prevedeva spazi per le associazioni, per la produzione culturale, per l’artigianato locale e per un uso pubblico preponderante: giardini di conservazione degli alberi da frutto più antichi della Toscana, teatro all’aperto, laboratori per artisti e artigiani, uno spazio museale e un piccolo bar e ristorante. Tutto questo appartiene al passato: l’eclissi del Monte dei Paschi e l’involuzione culturale del Pd inducono ora a pensare, accanto all’albergo per i ricconi, a “finalità culturali a redditività economica” (così il sindaco). Dai dividendi in coesione sociale e umanità a quelli in euro, insomma.

Ma c’è, a San Gimignano, chi è rimasto fedele a quel vecchio progetto, così carico di futuro: l’associazione Fiorile propone di rivolgersi a bandi europei e di mettere a posto l’enorme complesso, lasciandolo a disposizione della città. Perché, spiega, “il San Domenico è l’unica risorsa disponibile per affrontare alcuni nodi cruciali per il futuro della città e del suo territorio (spopolamento, specializzazione turistica, museificazione, relazione tra centro e territorio aperto): può servire alle politiche di ripopolamento del centro storico, a calmierare gli affitti commerciali, favorendo l’insediarsi di attività di artigianato di qualità”.

C’è da sperare che il bando vada deserto, e che si lasci alla prossima giunta una decisione così grave. Stregato dalla sua bellezza struggente, Walter Benjamin scrisse che chi vive a San Gimignano “dura fatica a rammentarsi di ciò che gli occorre per vivere, tanto il profilo di questi archi e di questi merli, l’ombra e il volo dei colombi e delle cornacchie gliene fa scordare il bisogno. Gli riesce difficile svincolarsi da questa sovraccarica realtà, di mattina pensare alla sera, e di notte al giorno”. Un sonno da cui i cittadini di San Gimignano potrebbero svegliarsi solo tra 70 anni, nel 2089.

 

FQ   | 10 dicembre 2018