L’invenzione della tradizione è avvenuta, secondo lo storico inglese E. J. Hobsbawm, alla fine dell’800 quando alle Nazioni, nascenti o in cerca di stabilizzazione, serviva affermare la propria

legittimità. In questo processo è stato adoperato tutto ciò che costituisce la “Nazione” moderna compreso l’uso, a volte spregiudicato, dell’antichità più remota. Alle classi dirigenti dell’epoca servivano nuovi strumenti per garantire o esprimere la coesione e l’identità sociale e l’invenzione della tradizione ebbe tanto più successo quanto più vicina essa sembrava al pubblico. Vi ricorda qualcosa dello scenario politico contemporaneo?

Fino al secondo dopoguerra, ed oltre, le élites sociali e culturali si erano riferite alle antichità classiche in un continuo e creativo riconoscimento di figure e di archetipi alti. Le creazioni identitarie, perché di questo si trattava, hanno comportato la rimozione di interi periodi storici e l’esaltazione trasfigurante di quelli che si ritenevano più consoni all’ideal-tipo cui ci si voleva riferire. Erano, in sostanza, invenzioni ma, almeno, erano ispirate a modelli di alto livello culturale e morale. Nell’ultimo trentennio, invece, le classi dirigenti italiane, e calabresi in particolare, sono formate, per la maggior parte, da piccoli borghesi (Enzensberger e Sylos Labini) che si può facilmente immaginare abbiano poca, o nessuna, dimestichezza con gli autori ed i monumenti antichi. Questa poca familiarità con la storia ed i modelli classici ha condotto il ceto dirigente contemporaneo a sostituire il mitopoietico “pantheon” ellenistico-romano con ben più prossimi ed ordinari modelli. L’abbandono di modelli “classici” non dipende, in questo caso, dal processo di comparazione e relativizzazione compiuto dagli antichisti e dagli antropologi in questi ultimi decenni, ma dalla limitatezza degli orizzonti culturali delle classi dirigenti odierne. L’ormai trionfante e proteiforme ceto medio è incapace di porre le basi di un’identità i cui riferimenti ideali siano nobili ed autorevoli. Il “milieu” culturale cui riesce ad attingere per la costruzione di un’identità è inevitabilmente commisurato alla sua propria media, superficiale cultura.

Il “petit bourgeois”, soprattutto quello calabrese, è ormai privo anche di quegli strumenti ideologici che, almeno in passato, gli avevano consentito di interpretare, almeno a grandi linee, la realtà. È divenuto membro della classe dirigente, nella maggior parte dei casi, appena uscito, una o due generazioni al più, dal limitato orizzonte culturale e socio-economico contadino. L’esito, conseguente, è che la nostalgia per le tradizioni natie –interpretate prevalentemente come quell’insieme di consuetudini che va sotto il nome di “civiltà contadina”- si traduce nelle sagre della polpetta o della patata, nei palî meta-medioevali o nelle fiere strapaesane, mai, se non in poche lodevoli eccezioni, in rivisitazioni appassionate e colte di secolari, sedimentati riti e di rappresentazioni religiose o laiche. Uno dei peggiori esiti di questa mediocrità culturale e modestia caratteriale, individuale e collettiva, è la glorificazione, a Cosenza, di invasori come Alarico, la celebrazione di eccidi di antichi cosentini, l’erezione di statue equestri al re goto e l’intitolazione di lungofiumi, piazze e festival ai Goti.

Si riassume la vicenda della leggenda del tesoro di Alarico per chi non conoscesse la versione dei fatti come ci è stata tramandata dalle fonti letterarie antiche in nostro possesso, Jordanes. Uno scrittore goto, che scrive circa 150 anni dopo la vicenda attingendo a Cassiodoro che visse circa 70 anni dopo la morte dell’invasore. Secondo lo scritto di Jordanes, Alarico, dopo aver saccheggiato e distrutto Roma e fatto strage dei suoi abitanti, si dirige, con il tesoro depredato nella capitale dell’impero, verso l’Africa. Dopo aver messo a ferro e a fuoco le terre attraversate, nei pressi di Cosenza muore di morte improvvisa ed i goti, secondo lo storico ed apologeta Jordanes, raccolgono “una schiera di prigionieri in catene, scavano in mezzo all’alveo il luogo della sepoltura, tumulano Alarico nel centro della fossa con molte ricchezze, riportano il fiume nel suo alveo e, affinchè il luogo non fosse riconosciuto da alcuno, uccidono tutti gli scavatori”. Dalla lettura di questo passo si evince che gli scavatori in catene, poi trucidati, erano cittadini della Consentia romana del 410 d.C., perchè i goti, per esser più liberi di combattere, non avevano di certo attraversato l’Italia portandosi appresso prigionieri. Pur volendo credere a questa leggenda priva di qualsivoglia prova archeologica, a chi sembra che l’Amministrazione comunale di Cosenza abbia, quindi, motivo di commemorare o di celebrare l’eccidio di antichi cosentini?

A Cosenza, invece, si demolisce -con il decisivo contributo orgogliosamente rivendicato dal Presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio (PD)-  un palazzo per far rinascere sulle sue macerie, si potrebbe dire come una calabra fenice, un orripilante Museo del Nulla-Alarico che, anche se costerà fra i 7 ed i 10 milioni di euro, non conterrà, perchè non ne abbiamo, neanche il più piccolo reperto coevo o collegabile all’invasore goto. Per completare questa invenzione della tradizione alariciana a Cosenza, oltre ad aver eretto statue equestri (sic!), intitolato ponti, strade, piazze ai goti invasori, si è di recente aggiunta la decorazione, per una cifra ancora inconoscibile, della sala del Consiglio comunale bruzio che ha al centro la figura, peraltro inventata perché non abbiamo una sua effige coeva, Alarico, il distruttore di Roma. Ci si sarebbe aspettato, invece, che  -come accade ovunque: da Bologna a Palermo, da Siena a Catanzaro- nella Sala in cui si celebra la democrazia cittadina venissero raffigurati i monumenti più rilevanti della città ed dei suoi concittadini più illustri: Telesio, Parrasio, Amico, Serra et cetera. Il Sindaco, l’architetto Mario Occhiuto (FI), ha ritenuto, invece, che nel luogo più sacro per l’esercizio della democrazia in città, dovesse avere più rilievo la raffigurazione, artisticamente dimenticabile, di alcuni elementi leggendari funzionali alla sua invenzione di una tradizione dedicata ad un invasore, forse sarebbe meglio dire marketing. In questo caso, a differenza del Museo del Nulla-Alarico,  sarà sufficiente passare una mano di bianco.