Se una città d’arte perde la residenza perde anche cò che la rende attraente per i visitatori
Residenti fuggiti e sostituiti da Airbnb. Il destino dei centri storici può essere lasciato in balia del mercato?
Dopo Cervellati e Cacciari, interviene Alessandro LeonUna città che vede spopolate le aree centrali, i nuclei storici, è una città meno efficiente e più costosa.
E le conseguenze del mal funzionamento si propagano in tutto l’organismo urbano. Parola dell’economista Alessandro Leon, presidente di Cles, centro studi che in oltre trent’anni ha accumulato una cospicua mole d’indagini su cultura e sviluppo, sui beni culturali e dunque sul valore di una città storica.
Quali sono i costi dello spopolamento?
«Una città densa garantisce servizi migliori. Una città che si svuota nelle sue aree centrali deve invece rincorrere brandelli che si sparpagliano nel territorio e non può assicurare la stessa qualità ai propri abitanti. Pensi a quanto costa un sistema di trasporti costretto a raggiungere insediamenti lontani per garantire a tutti il diritto alla mobilità».
Questa è una delle conseguenze del calo di residenti di una città storica?
«Certamente. Spesso non si riflette sull’esito delle espulsioni: dove va ad abitare chi lascia i centri storici? È andato a star meglio o peggio? E quali sono i costi che la collettività sopporta per queste migrazioni?»
Ma dal suo punto di vista, quali sono le cause del calo di residenti?
«La rendita urbana nelle aree storiche è cresciuta. E chi non ce la fa a sopportare questo aumento è costretto ad andar via. Lasciare che siano solo le regole del mercato a determinare l’assetto di una città è un errore politico e strategico. E gli effetti sono verificabili a livello economico e sociale perché la vita di una città va in affanno. Una città storica abitata favorisce la ripresa del commercio, evita che prevalga la specializzazione turistica, stimola la varietà dei servizi offerti, impedisce che si chiudano cinema e teatri».
Lei parla di specializzazione turistica. Fra le cause di questo fenomeno molti indicano proprio il turismo. È d’accordo?
«Il turismo è uno dei fattori. Incide in maniera cospicua sulla residenza, perché assicura rendite molto elevate. Non attribuirei al turismo tutte le responsabilità. Il turismo è una delle più grandi industrie planetarie, garantisce ricchezza in molte circostanze, nelle città medio-piccole, ad esempio. È certo però che il turismo va regolato, non può assumere una posizione dominante».
Perché?
«Perché se una città storica perde la residenza, perde una delle caratteristiche che la rendono attraente. E dunque il turismo rischia di veder deperita la risorsa che lo alimenta. È il pericolo che corre Venezia, un caso estremo in questo senso».
Lei parlava dei costi dello spopolamento. Ma le città storiche si spopolano anche perché sono elevati proprio i costi. Quelli di manutenzione, per esempio.
«È vero, ma qui deve intervenire la mano pubblica. Accertata la convenienza che le città storiche non si svuotino, si deve agire con politiche che favoriscano il ripopolamento.
Non è facilissimo, ma occorre essere ambiziosi».
Quali politiche si possono adottare?
«Qualcosa già si fa, ma è necessario garantire contributi per il risanamento, per il restauro e poi per ridurre i consumi e per migliorare la resa energetica. Credo anche che si possa ricostruire in una città storica e non solo recuperare quelle antiche.
Inoltre si può agire con la leva fiscale favorendo massicciamente l’affitto in centro storico ai giovani che vogliono risiedervi: nelle città storiche allo spopolamento si affianca l’invecchiamento dei residenti».
Ma il mercato è alterato da quello turistico.
«E allora si riduca al minimo la convenienza di affittare per uso turistico. Sto parlando di misure concrete. Un’occasione la vedo anche nella discussione sul reddito di cittadinanza: perché non si converte il contributo monetario in un’agevolazione a riabitare la città storica, invece di limitarsi a un sussidio?».
Sono sufficienti le politiche abitative o c’è bisogno anche d’altro?
«Leggo dichiarazioni troppo rassegnate di politici o di amministratori, che inanellano solo tentativi fallimentari di riportare funzioni pregiate nelle città storiche. Mi pare però che manchino riflessioni ragionate. Per esempio su quel che potrebbero fare le università, con le loro attività di ricerca. Oppure le imprese: quanti servizi non strettamente legati alla produzione possono tornare o essere collocati in centro. Penso alle strutture di commercializzazione, di comunicazione, di design. Insomma a tutto quello che viene prima e dopo la produzione. Purtroppo è carente il governo di questi fenomeni».
Chi dovrebbe esercitarlo questo governo?
«Si tratta di scelte urbanistiche connesse a politiche industriali. Ma spesso le decisioni risalgono alle Regioni o anche allo Stato centrale. I sindaci lasciano fare oppure si affidano a consorzi e quindi si perdono di vista le ricadute territoriali di queste decisioni».
Repubblica 14.11.18