È già in sé impressionante il divario di competenze scolastiche tra regioni di uno stesso Paese: stiamo parlando ovviamente dell’Italia. Purtroppo si sa che un minore cresciuto a Enna non ha

le stesse opportunità di un ragazzo che cresce a Milano. Scandaloso, niente di nuovo anche se inaccettabile. Non nuovo il fatto che su questi squilibri la politica evita accuratamente di farsi domande, figurarsi se si impegna a cercare risposte. Ben altre le cosiddette «emergenze» a cui porre rimedio: quelle, arcinote, che pro-curano immediati consensi elettorali, e possibilità di facili slogan. Altrettanto impressionante è ciò che emerge in tutta evidenza dal nuovo, benemerito, «Atlante dell’Infanzia a rischio» pubblicato da Save the Children (Treccani). Se qualcuno immaginava che il divario più drammatico fosse quello tra Nord e Sud, adesso ha tutti gli elementi per ricredersi. Differenze abissali di apprendimento si registrano anche tra aree urbane molto prossime. Si veda-no, per esempio, i dati Invalsi. A Napoli 25 punti dividono Posillipo dai quartieri più svantaggiati; a Palermo 21 punti tra quartiere Pallavicino e Libertà; a Roma 17 tra Medaglie d’Oro e Casal de’ Pazzi. «È assurdo che due bimbi che vivono a un solo isolato di distanza — osserva Valerio Neri, direttore generale di Save the Children — possano trovarsi a crescere in due universi paralleli». Stesso baratro se valutiamo i titoli di studio nei differenti quartieri. Nel centro di Milano i laureati superano il 50%, ma basta spostarsi a Quarto Oggiaro per precipitare al 7%: una decina di chilo-metri e il mondo cambia. Non per niente la nona edizione dell’«Atlante», curata come sempre da Giulio Cederna, si intitola «Le periferie dei bambini»: le periferie fisiche delle città sono anche «periferie educative» che risentono delle disparità economiche e sociali, oltre che della pessima qualità dei servizi e degli spazi urbani, spesso a due passi dalla ricchezza. In pratica i nostri bambini e adolescenti crescono in un mondo pieno di muri invisibili (e invalicabili) contro cui sbattono di continuo senza saperlo. Chi glielo dice? Nessuno. Probabilmente lo sapranno quando saranno adulti. Cioè troppo tardi. Chi si preoccupa di loro? Quando va bene, i genitori. Già, ma se anche loro sono periferia educativa? Chi glielo dice ai genitori che la vera minaccia per i loro figli non è la presenza degli immigrati ma l’assenza di buone biblioteche pubbliche?

 

Corriere della Sera, 14.11.18