Mauro Felicori santo subito. L’ex direttore dei Cimiteri comunali di Bologna proiettato dalla riforma dei musei del suo conterraneo Dario Franceschini alla guida della Reggia di Caserta è

un eroe nazionale. E non solo per la (peraltro assordante) propaganda di servi di partito e giornalisti lacchè: anche osservatori liberissimi e ipercritici esaltano Felicori. Perfino i miei amici Roberto Saviano e Gian Antonio Stella hanno indicato come esemplare il lavoro del direttore appena pensionato. L’argomento su cui si fonda questo entusiasmo è il numero dei visitatori: raddoppiato, insieme agli incassi (non record assoluti, sia chiaro: numeri vicini ai risultati della fine degli anni ’90). E poi c’è il confronto con l’abbandono disastroso della Reggia negli ultimi decenni: un abisso di fronte al quale ogni alternativa sembra un capolavoro.

Ma davvero quello di Felicori è un caso esemplare, come sostiene Matteo Renzi, che da premier ha fatto della Reggia (e di Pompei) una location fissa (materiale o metaforica) della sua propaganda? Felicori non è uno storico dell’arte, né un architetto, ma un laureato in filosofia specializzato nel marketing culturale. Il risultato è che mentre egli lanciava il “cocktail Felicori” (sic), una ispezione del Ministero per i Beni Culturali, inviata dopo il crollo di un pezzo di soffitto nella Sala delle Dame che solo per miracolo non ha avuto conseguenze tragiche, rilevava “omissioni e manchevolezze da parte del direttore sia per quanto riguarda la sicurezza dei lavoratori e dei visitatori, sia per quel che concerne la salvaguardia e la conservazione del bene culturale”. Nessuna valutazione dei rischi, nessun monitoraggio delle zone degradate, nessuna predisposizione di interventi di manutenzione ordinaria, mancata chiusura al pubblico delle parti pericolose del monumento: cioè nessuna tutela né della Reggia né dei visitatori. Una trascurataggine divenuta evidente durante le domeniche gratuite, quando la folla dei visitatori ha di fatto impedito ogni controllo di sicurezza, determinando un caos culminato nel ritrovamento di feci umane in alcuni ambienti monumentali. È stato poi Vincenzo Trione a denunciare, sul Corriere della sera, il disastroso allestimento della importante collezione d’arte contemporanea Terrae Motus che il suo creatore, Lucio Amelio, ha lasciato alla Reggia. Un allestimento non solo privo di qualunque criterio (a cosa servono storici dell’arte e consigli scientifici quando si tratta di attaccare due quadri a un muro?), ma anche indifferente alle ragioni della tutela: tanto da esporre la collezione a un furto rilevante.

L’altra faccia della mancata tutela è la valorizzazione ultra-commerciale della Reggia, divenuta location per matrimoni danarosi (famosa la foto del decoratore floreale a cavalcioni di uno dei leoni dello Scalone monumentale), set per pubblicità (Carpisa che dissemina il parco di pannelli pubblicitari con Penelope Cruz che ne sfoggia le borse, Fiat e Lamborghini che ci espongono le auto…) e per gare di canottaggio nei bacini monumentali, o perfino grande schermo per proiezioni pubblicitarie, come quella con cui la Thun ha ridotto la facciata di Vanvitelli a grande torta di compleanno, e a fondale su cui far scorrazzare i suoi orsacchiotti giganti.

Felicori è fierissimo di aver trasformato la Reggia in un brand: per pasta, borse, amaro e altri prodotti (non importa se del territorio) cui ha ceduto per anni l’uso esclusivo del nome del monumento. La condiscendenza verso i privati for profit si è accompagnata ad un sordo, renzianissimo disprezzo per le rappresentanze sindacali e a un continuo conflitto con i lavoratori della Reggia.

Una stampa assai più interessata a costruire simboli che a capire i fatti si è innamorata del direttore padano osteggiato da sindacati meridionali che lo accusavano di lavorare troppo. Pochi hanno notato l’ardore davvero poco istituzionale con cui il direttore ha sostenuto la candidatura a sindaco di Marcianise (ovviamente per il Pd) del giornalista del Mattino che aveva confezionato questa edificante immagine, Antonello Velardi. In tutto ciò, zero ricerca e zero divulgazione culturale: così che, sotto il travestimento popolare, la Reggia è diventata il simbolo di una visione classista e antidemocratica del patrimonio culturale. Perché è evidente che la trasformazione di un monumento in un supermercato nega la possibilità stessa di una cultura di massa, ed implica che al popolo non si possa che ammannire un prodotto commerciale.

Una svolta che non danneggia coloro che hanno altri mezzi e canali per raggiungere la cultura: danneggia, per esempio, i 5000 cittadini che pensavano di assistere ad una manifestazione culturale e invece sono stati gli spettatori di un mega spot degli orsetti natalizi di Bolzano. Non c’è dubbio che la Reggia prima di Felicori fosse un disastro. Ma ci sono anche molti ospedali che non funzionano: chi, tuttavia, affiderebbe un policlinico universitario non ad un primario medico, ma ad un manager alla Felicori? Certo, potrebbe essere capace di aumentare il numero dei pazienti assistiti (e perfino di creare un brand col nome dell’ospedale, e di venderne i gadget), ma sarebbe del tutto disinteressato alla qualità delle cure e alla ricerca medica. Se un ospedale serve a curare i malati, un museo serve a produrre e a ridistribuire cultura, a creare cittadini (e non clienti, o spettatori): in entrambi i casi non conta quanta gente ci entra, ma cosa sperimenta quella gente una volta dentro. E di centri commerciali ne abbiamo già troppi.

FQ | 12 novembre 2018