Il secondo reportage sulla lunga marcia di Peter Lerner nei luoghi del sisma dell’Italia centrale. La situazione nelle zone delle Marche che vivevano di turismo e dopo due anni sono ancora in ginocchio. Un’intera economia distrutta.

L’INTRODUZIONE
IL PRIMO REPORTAGE

DURANTE la mia marcia dello scorso anno attraverso le zone colpite dai terremoti del 2016-17, il nord più estremo che ho raggiunto – prima di dirigermi a sud-est verso Arquata, Accumoli e Amatrice – è stato Castelluccio. Un paio di mesi dopo il cammino, una ragazza di nome Flavia Palma mi scrive spiegandomi che era di Visso, “un paese vicino Castelluccio, di cui rimane ben poco e non si sà per quale motivo dimenticato da tutti rispetto agli altri. Anche negli articoli sulla tua escursione non si parla mai di Visso.”

Aveva ragione. Questa volta ho fatto in modo di visitare i paesi di Castelsantangelo sul Nera, Visso e Ussita. Sapevo che camminare in quell’area in pochi giorni non mi avrebbe permesso di comprendere a fondo la situazione due anni dopo i terremoti, né mi avrebbe permesso di apprezzare veramente le difficoltà quotidiane di coloro che vivevano lì, ma mi sarei fatto un’idea, speravo, o almeno l’inizio di un’idea.

Sebbene le comunità che ho visitato abbiano in comune un’intera serie di problemi e difficoltà post-sisma, ciascuna ha chiaramente le sue caratteristiche distintive, le sue dinamiche e la sua atmosfera. Il senso dominante che provavo – scendendo dai Monti Sibillini a Ussita e attraversando Visso e Castelsantangelo passando per l’altopiano di Macereto e Monte Cardosa – era un senso di isolamento geografico e che, come aveva detto Flavia, qui c’era un’area relativamente lontana dalla coscienza publica dei terremoti rispetto ad altri luoghi. Considerando che Norcia e Amatrice sono città culinarie e culturali relativamente famose, e paesi come Arquata e Accumoli giacciono lungo un’arteria importante nella Salaria, la fama dei paesi dell’Alta Valle del Nera invece sono delle “vere” comunità di montagna, remote e circondate da tutti i lati da picchi che raggiungono i 1800 metri.

Una dipendente del comune di Ussita mi ha detto che l’attenzione sui terremoti dell’ottobre 2016 si è rapidamente concentrata mediaticamente su Norcia. La ragione per cui ciò è accaduto è che “l’Umbria ha tutti i grandi santi. Chi abbiamo nelle Marche?”
Potrebbe essere vero che, in assenza di vittime nei terremoti di ottobre, il focus dei giornali è diventato la religiosità delle aree colpite? Ancora una volta mi sono rivolto allo studio di Lucia Boccanera sulla copertura della stampa dei terremoti del 2016-17. Lucia ha scoperto che le ricorrenti parole chiave e l’enfasi degli articoli che trattano i terremoti di ottobre hanno ripetutamente enfatizzato l’Umbria e il tema della religione.

“Quando si parla di terremoto, viene quasi sempre nominata Norcia o l’Umbria in generale, quasi come se il sisma avesse colpito solo la città patria di San Benedetto – si legge nello studio -. Norcia si trova nel mezzo di una narrazione basata sull’importanza della Valnerina come zona di ritiro spirituale e rinascita, considerando poi che Cascia è la patria di Santa Rita e Norcia di San Benedetto.

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Camminando per le strade di queste comunità sono rimasto colpito da quanto poca vita ci fosse. Anche rispetto a luoghi come Pretare o le frazioni di Amatrice sembravano esserci meno persone, meno movimento, meno suoni. Il povero Castelsantangelo – dove 987 edifici su 1024 (96%) erano considerati inagibili – è stato devastato, mentre a Visso è stato strappato il cuore del paese: il rinomato centro storico era completamente recintato. Ussita, d’altra parte, non ha avuto lo stesso impatto brutale – il danno strutturale (circa l’80% di inagibilità in tutte le frazioni) era ancora ampio, ma sembrava essere in gran parte interno, meno drammatico – eppure aveva la sua atmosfera inquietante e triste. La maggior parte delle frazioni era vuota e silenziosa. Luoghi come Sorbo e Casali erano come congelati. Anche i primi giorni di settembre a Frontignano – il meno danneggiato delle frazioni di Ussita e dove sono presenti molte seconde case – l’atmosfera era funebre.

Sono tornato di recente a Visso vagando tra i container e le lunghe strade intorno alla periferia del paesino. In cima alle montagne c’era la prima neve e le foglie cadute si contraevano nel vento gelido. Nessuna auto è passata nell’oscurità del tardo autunno. Ho pensato alla chiara difficoltà economica di Visso e di tutte le altre comunità colpite. L’economia di ognuno di questi paesi è basata principalmente sul turismo che alimentava alberghi, ristoranti, bar, alimentari, distributori di benzina, piscine e panifici. Per le imprese, il reddito stagionale da turismo era quello che copriva le spese dell’intero anno, dei periodi di riposo, degli inverni quando c’erano meno persone. Per la gente del posto le stagioni turistiche fornivano un reddito sicuro con lavori nelle cucine, nei manneggi, negli alberghi, nelle stazioni sciistiche e così via. Se non ci sono stati posti ricettivi per turisti e se la maggior parte delle attività era stata distrutta o gravemente danneggiata, allora come sono stati gli ultimi due anni per le imprese locali che erano riuscite a rimanere aperte?

A Visso la Pasticceria Vissana è l’unico bar rimasto aperto per quasi tutto il biennio dai terremoti di ottobre. La proprietaria, Lina Albani, mi ha detto che gli affari sono stati sorprendentemente buoni nel primo anno post-sisma. “Abbiamo lavorato tantissimo con la solidarietà, la curiosità delle persone, la gente che veniva a trovarci, giornalisti ne abbiamo conosciuti tantissimi, vigili del fuoco una marea, poi tutti i gruppi delle forze dell’ordine”. I primi dodici mesi sono stati simili per la Mezza Luna a Ussita, l’unico ristorante attualmente attivo nel paese. La struttura ha subito un leggero danno durante i terremoti e la proprietaria, Rossella Orazi, ha deciso di prendersi cura dei lavori di tasca propria piuttosto che aspettare l’inizio del processo di ricostruzione. Ha riaperto il 28 gennaio 2017.

“Non ho aspettato l’ufficio della ricostruzione che ancora non c’era – racconta Rossella –  non si capiva come bisognava fare domande. Ci siamo messi al tavolino e abbiamo detto ‘che vogliamo fare? Vogliamo aprire subito o vogliamo aspettare i rimborsi?’ Ho aperto subito. È stata la scelta giusta. Nel primo anno abbiamo avuto una solidarietà eccezionale da tutta Italia proprio perché sabato e domenica venivano gruppi, associazioni toscane, emiliane e venete, 100 persone, 120 persone che portavano aiuti, si fermavano a mangiare, quindi bisogna ringraziare gli italiani. Gli italiani sì, lo stato Italiano un po’ meno.”

L’ultimo anno è stato però meno positivo. La pasticceria sta andando relativamente bene – sebbene il mercato potenziale di Visso sia stato enormemente ridotto, solo un paio delle circa 20 attività hanno riaperto e quindi c’è meno concorrenza – ma il vicino panificio, L’Albero del Pane, di cui Lina è socia, ha subito un calo del 50% dei guadagni. La perdita di clienti dovuta alla chiusura della Valnerina per 8 mesi e il danno alle case e alle infrastrutture turistiche sono stati devastanti. “Avevamo molto clienti – alimentari, ristoranti – in Umbria. Con 8 mesi che è stata chiusa la strada Valnerina i clienti li ho persi ovviamente”, mi ha raccontato Lina.

“Noi vivevamo con il turismo. Negli ultimi anni si erano creati tanti posti di alloggio. La montagna è stata molto rivalutata, le camminate, le escursioni, le scalate attiravano molta gente. Adesso ti trovi che l’estate non ce l’hai più. Della gente che aveva le seconde case, il 90% non ce l’ha più. Alberghi, strutture varie, non c’è più niente. Noi con il panificio servevamo d’estate tutti gli alberghi e ristoranti della zona, ancora di più con la stagione invernale”. Rossella puntualizza un ulteriore fattore: molti clienti suoi e di Lina dopo il terremoto lavoravano alle SAE e alle demolizioni. Con quasi tutte le SAE consegnate, la maggior parte delle demolizioni in corso di completamento e la ricostruzione ancora da iniziare, attraversano un periodo vuoto e con un ancora più basso numero di clienti.

Una conseguenza dell’attuale mancata base consistente dei clienti è che è estremamente difficile stimare quanto cibo preparare al giorno. “Ti capita il giorno in cui alle 10 della mattina ti sei finita i cornetti e un giorno come oggi in cui hai i vassoi pieni e ti sei giocato quello che hai venduto il giorno prima” spiega Lina. Stefano Sabatini gestisce l’Ortolano dei Sibillini a Visso. Una settimana dopo il terremoto del 30 ottobre, è riuscito ad entrare all’interno della frutteria danneggiata per vedere cos’era rimasto della sua produzione ortofrutticola. “La frutteria stava dentro la piazza, la piazza è diventata tutta zona rossa. Avevo le celle frigorifere piene e visto che c’era il ponte dei morti, il primo novembre, avevo dei fiori, avevo le castagne a bagno e l’esercito mi ha accompagnato a recuperare questa roba il 6 novembre. Con il terremoto è andata via la corrente. Le celle frigorifere erano arrivate a 30 gradi. Ho tirato fuori 14 quintali di marciumi tra castagne, fiori e verdura”.

Stefano ha stimato una perdita di 30.000 euro in prodotti. Con il negozio danneggiato ha ripreso la sua vecchia licenza di venditore ambulante e da gennaio 2017 ha riaperto l’attivà, vendendo prodotti in un furgone parcheggiato nel centro (deserto) di Visso. Questo è il terzo inverno di lavoro in strada. Ha avuto la possibilità di andare altrove ed aprire un nuovo negozio ma lui, la sua ragazza e i suoi anziani genitori sono troppo legati a Visso per andarsene. Una campagna di raccolta fondi organizzata dalla azienda “Melinda Italia” ha fornito un aiuto prezioso per la sua attività e quella di altri ma, come si può immaginare, lavorare in un paese fantasma è tutt’altro che facile.

“C’era poca gente prima e poca gente adesso. Ma venerdì sabato e la domenica, Visso, Castelsantangelo e Ussita si riempivano. A luglio e agosto, Visso che faceva 1000 abitanti arrivava a 5000, si aprivano le seconde case, e gli albergi, i bed and breakfast e i parcheggi dei camper erano pieni. Non è il lavoro di adesso. Adesso chi ci sta? Qualche passaggio, qualche cliente proprio innamorato che anche se non ha più la casa vuole venire su”, spiega Stefano. Ha calcolato che il suo guadagno è solo il 10% rispetto a al passato.

Visso di notte, dopo aver chiuso il camion, è un posto ultraterreno e solitario: “Io la sera vado in giro con i cani e non incontri una persona. Vedi solo le luci e le ombre dentro le zone rosse. Sinceramente, dopo un po’, per quanto uno ami questi posti, c’è bisogno anche di un po’ di umanità.” Dopo quanto successo negli ultimi due anni, né lui né Lina sono ottimisti riguardo al futuro di Visso, o per essere più precisi, sul loro posto in una futura Visso.

Lina mi ha detto che si aspettava che le cose si muovessero lentamente ma “una stasi così no. Il futuro lo vedo veramente triste. Adesso sono al punto in cui penso: ‘chi me l’ha fatto fare a riaprire il paneficio qua’. All’inizio era una cosa che facevi pensando ‘dai, adesso riapriamo poi riapre quell’altro poi riparte la ricostruzione, poi si ricostruiranno le case’…però per i tempi di ricostruzione adesso si parla di 20 anni. Tra 20 anni io ne ho 65, quindi che mi sono goduta? Per cui come fai a vedere un futuro roseo?”

Stefano era altrettanto dubbioso sul futuro: “Sicuramente Visso un futuro l’avrà. Il problema è che io come vissano non riesco a vedermi il futuro.” In precedenza Stefano mi aveva detto che sentiva che parole come “resilienza” e “ripartenza” erano state abusate, che dopo due anni di ritardi, burocrazia, ostacoli, entrate ridotte e una miriade di difficoltà quotidiane erano diventati vasi vuoti. Forse lui, Lina e Rossella non avevano scelta, forse psicologicamente avrebbero trovato più difficile andare avanti senza le sfide di mantenere un’impresa in questi paesini danneggiati e quasi dimenticati. Ma in loro c’era una chiara determinazione a provare ad andare avanti come prima nelle circostanze più difficili, circostanze che però possono essere capite solo da chi le vive ogni giorno.

 

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