Due enormi cubi trasparenti pieni di sangue umano congelato saranno installati tra pochi mesi sulla Fifth Avenue, davanti alla New York Public Library, entro un padiglione temporaneo
progettato da Norman Foster. In ciascuno dei cubi, il sangue di cinquemila esseri umani: da una parte, i campioni di sangue di cinquemila migranti, dall’altra quelli di cinquemila non-migranti molti dei quali assai famosi, da Paul McCartney a Kate Moss. Ma nulla segnalerà ai passanti in che cubo stiano gli uni e gli altri, quelli col passaporto in regola e la pancia piena e quelli che Trump vuole ricacciare nella miseria.

Si dà il caso, infatti, che il sangue umano, migranti o non migranti, è sempre lo stesso. Indistinguibile. Autore dell’installazione, a cui si accompagnerà una raccolta fondi in favore dei migranti, è il cinquantenne artista inglese Marc Quinn. Di lui molti ricorderanno Alison Lapper Pregnant, la “scandalosa” scultura in marmo, alta tre metri, di una donna focomelica incinta, che nel 2005 fu collocata per alcuni mesi a Trafalgar Square, sul famoso “quarto plinto” su cui si espongono a rotazione sculture contemporanee. Grande clamore suscitò a suo tempo anche Self (1991), un autoritratto di Quinn fatto col suo stesso sangue congelato misto a silicone, che è ora esposto nella National Portrait Gallery di Londra (il sangue viene rinnovato dall’artista ogni cinque anni).

Il titolo della nuova opera di Quinn, un’inquietante riflessione sulle tragedie del nostro tempo, è Odyssey. L’odissea dei migranti ma anche quella del genere umano, che si trova ora a una svolta storica, dato che una parte significativa dei popoli più ricchi vuole respingere nella miseria i più poveri difendendo la propria prosperità con muri e barriere d’ogni sorta. Come ha dichiarato lo stesso Quinn, “il punto essenziale è che sotto la pelle tutti siamo uguali. Perciò i passanti vedranno due sculture fatte di sangue ma non avranno modo di sapere a chi appartiene il sangue dell’uno o dell’altro cubo”. Le storie individuali, i destini di ciascuno, si confondono fra loro come gocce di sangue. E il sangue è lo stesso, di tutti e per tutti. Un forte messaggio, nel continente americano, contro Trump e Bolsonaro. E in Europa contro Le Pen, Salvini, Orbán & C.

L’inglese Quinn ha scelto New York come scenario ideale per dare a questa sua installazione il massimo risalto nella nostra cultura “globale”. Ma se proviamo a riportare il suo discorso di respiro planetario nei più modesti confini del nostro piccolo Paese, vorremmo proporre al nostro governo di invitare Quinn a esporre la sua opera, dopo che a New York, anche in Italia, in una pubblica piazza: piazza del Duomo a Milano o piazza del Popolo a Roma, per esempio. Ma senza aspettare tanto, Salvini e i suoi accoliti potrebbero mandare a Quinn una fialetta del proprio sangue perché la versi in uno di quei cubi, anche a rischio di ammettere che il sangue dei migranti non è poi così diverso dal loro. A Di Maio, a Fico, a Grillo, a chi ha votato M5S non dovrebbe esser così difficile accettare questo principio, e qualche fialetta di sangue pentastellato potrebbero spedirla oltreoceano domani stesso. Ma a loro potremmo chiedere anche, cogliendo l’occasione, se davvero ritengono che la loro missione storica debba essere quella di spianare a una destra razzista e xenofoba la strada dell’accesso al potere.

 

FQ 1 Novembre 2018

Nella foto: “Odissey” – L’installazione dell’inglese Quinn a New York: “Sotto la pelle siamo tutti uguali”