È accaduto di nuovo. È bastato che piovesse un po’ di più perché la Calabria si allagasse, franasse, si sfasciasse sommergendo, come era avvenuto nel gennaio del 2013, uno dei più

importanti patrimoni di questa nostra sciagurata regione e dell’intera umanità, il sito delle tre città antiche sovrapposte:  Sibari, Thuri e Copia.

Agli inizi di giugno del 2018, in un articolo su questo giornale avevo smentito le notizie di un presunto allagamento dell’area di scavo “Casa Bianca” di Sibari, avevo, contestualmente, avanzato dubbi e manifestato timori a proposito della  tutela e della manutenzione di tutta l’area archeologica di Sibari, in particolare di quella del “Parco del Cavallo”. Scrivevo che il Parco archeologico di Sibari, così come quelli di tutta Italia, soffre di una ormai cronica assenza di ordinaria manutenzione, quella quotidiana attività che rendeva decorosi, visitabili e valorizzati i nostri beni della cultura, soprattutto quelli all’aperto come i siti archeologici. Avevo, purtroppo, ragione se, già all’inizio dell’autunno, gli scavi sono sotto mezzo metro d’acqua.

Il caso di Sibari è ancora più emblematico dell’assenza di manutenzione perché, a seguito della devastante alluvione del gennaio 2013, sono stati spesi ben 18 milioni di euro per mettere in sicurezza idrogeologica per mezzo di trincee drenanti, per costruire nuovi edifici per l’accoglienza turistica, per costruire e arredare magazzini e sale del Museo e per aprire nuovi scavi archeologici, ma -secondo le dichiarazioni della direttrice del Parco, Adele Bonofiglio- non sono stati resi disponibili finanziamenti sufficiento, in spesa corrente annua, per la manutenzione del Parco. Bisogna rimarcare che il sito di Sibari necessita, più di altri, di assidua e attenta manutenzione perché è interessato da una consistente risalita di acqua a causa di una falda freatica e perché le strutture antiche si trovano a 4 metri sotto il piano attuale di campagna e a poche decine di metri dalla riva sinistra del Crati. Se prima dell’alluvione del 2013 a tenere più o meno all’asciutto le strutture ed i monumenti dalla falda freatica sono stati i Wellpoints, pompe che captano l’acqua, da tre anni a questa parte, grazie ai copiosi finanziamenti, sono state messe in opera alcune trincee drenanti, mai usate prima in un sito archeologico, che secondo le lodevoli intenzioni avrebbero dovuto risolvere, in maniera definitiva, non solo i problemi di risalita di acqua dalla falda, ma anche quelli dello smaltimento di acqua piovana e di scorrimento. Le trincee drenanti, è evidente, non sono state bastevoli ed i Wellpoints non possono, al momento, essere rimessi in funzione perché in disuso ormai da tre anni. 

Il problema della manutenzione dell’area archeologica di Sibari, e di tutte le altre aree della Calabria e dell’Italia, è dovuto soprattutto al mancato finanziamento ordinario dei Beni culturali che, nell’ultimo decennio, si è dimezzato. L’Italia che vanta, se ne vantano sempre i governanti, la maggiore concentrazione di Beni culturali al mondo, spende, secondo EUROSTAT, per tutelarlo, manutenerlo e valorizzarlo solo lo 0,28 del Pil a fronte della media europea del 2,2. L’Italia, penultima dell’Europa a 28, spende poco più solo della disastrata Grecia. La recente riforma Franceschini, poi, ha definitivamente rotto il rapporto diretto che c’era fra le Soprintendenze ed il territorio, fra le Soprintendenze ed i Musei ed i Parchi archeologici, dividendo in due le competenze e le funzioni.  Da una parte i Poli museali -nei quali rientrano, per esempio, il Museo ed il Parco archeologico di Sibari- che dovrebbero valorizzare e fare cassa con gli ingressi e, dall’altra, le Soprintendenze territoriali che dovrebbero tutelare i monumenti, i siti archeologici, le città storiche, salvaguardare il paesaggio rurale ed urbano, intervenire nei casi di emergenza, di crolli di edifici storici, di scavi per tubature, condotte per il gas, per la luce con lo 0,28 del Pil.  Dalla secolare tradizione di tutela e valorizzazione delle Soprintendenze italiane siamo passati, insomma, ad una frantumazione delle competenze tecnico-scientifiche, degli uffici amministrativi e delle funzioni. 

Nel caso specifico di Sibari il problema o, meglio, la mancata risoluzione del problema è da rintracciarsi sia nell’azione tecnico-scientifica di attenuazione del rischio adottata che si è rivelata essere, perlomeno, inadeguata, sia nell’assenza, ingravescente, di ordinaria manutenzione.  Non mi pare proprio che il governo gialloverde  si sia concretamente impegnato a garantire una maggiore tutela, manutenzione e conservazione del nostro immenso Patrimonio della cultura, sembra, anzi, che questo straordinario e complesso portato storico sia considerato un impaccio e non una eredità della quale bisogna esser degni.

 

il Quotidiano del Sud, 27 ottobre 2018