A chi non avesse troppa dimestichezza con gli spazi della Reggia progettata da Luigi Vanvitelli (1700-73) ricordiamo che l’elemento più caratteristico e vincente, nella creazione di

quell’immaginario collettivo che è tutto l’edificio, è rappresentato proprio dal piano terra. Qui si costruiscono, come in un caleidoscopio, quelle molteplici prospettive che molto devono probabilmente alle “vedute per angolo” di Ferdinando Galli Bibbiena (1657- 1743). Uno di questi canali prospettici, detto il “cannocchiale”, è quello che coincide con l’asse viario che collega la Reggia a Napoli, capitale del Regno, e quindi la prima al giardino. Addossare quell’esposizione di prodotti in serie a quello spazio caratterizzato da un’idea così chiara e solida è come mettere gli occhiali di una nota marca al busto di Costanza Bonarelli solo perché, della celebre opera berniniana, se ne è finanziato il restauro. Non è possibile fare tutto, non è accettabile questa forma di liberismo per immagini che trasforma un’opera d’arte o d’architettura, come in questo caso, in una marchetta da concedere al migliore offerente. Lo stesso dicasi per i manifesti, sempre nel piano inferiore della Reggia, messi lì come cartelloni pubblicitari in autostrada. Dove non fosse sufficiente, il Codice dei Beni Culturali sarebbe auspicabile il buon senso se non addirittura un nuovo codice etico.

Dopo aver spiegato brevemente l’importanza di questo canale prospettico appare ancora più incomprensibile un altro aspetto di quell’allestimento ovvero la scelta del direttore Felicori di alloggiarvi sagome tipiche di quel barocchetto da mobilificio di Cantù che tanto piacciono agli sceicchi. Tutto ciò è quanto di più lontano possa esservi dal settecentesco linguaggio architettonico della Reggia medesima.

A dire il vero questo scollamento fra la realtà dell’Arte e il fantastico mondo di Felicori si sublima quando quegli stessi spazi prospettici diventano la sede per una cartellonistica, come già si accennava, di un liquore e di una pasta. Lo si fa per denaro, qualcuno obietterà. A costoro è facile rispondere ricordando come la maggior parte (o forse tutti?) degli eventi artistici nella Storia abbia visto il coinvolgimento del denaro e del potere, eppure i committenti di un tempo avevano la cultura per travalicare la dimensione sordida, blasfema e rude della realtà.

Questa perdita del senso della Storia (e quella dell’Arte in particolare), questa incapacità di distinguere criticamente eventi e spazi ha trovato il suo apice quando, nel teatro della Reggia, sono state messe sullo stesso piano, le une affianco alle altre, alcune figure, pezzi unici, del presepe settecentesco custodito nella stessa residenza reale da una parte e dall’altra le statuine in ceramica, ma prodotte in serie, di una nota ditta italiana che ha provveduto a restaurare le prime. Si ha l’impressione che dietro questo accostamento ardito l’unico principio attivo non sia quello storico-critico ma solo quello economico e cioè i denari che quella società ha pagato per essere ospitata nella Reggia. Quali i reali vantaggi per la cultura, quali le acquisizioni per la comunità dei cittadini che di quel bene sono i veri proprietari?

Ci chiediamo che valore culturale abbia avuto, poi, per la Reggia e, più ancora, per i cittadini, la realizzazione del “più grande videomapping d’Europa” nelle forme e contenuti così come sono stati espressi solo (per fortuna) nel giorno del nostro sopralluogo. Nulla contro quello strumento tecnologico in particolare che ha potenzialità enormi, tutto contro quanto è stato proiettato (sulla facciata verso il giardino) in cui orsacchiotti e torte con candeline si sono susseguiti in uno sculettamento senza speranza per le architetture di Vanvitelli. Forse sarebbe stato meglio, non un’indagine cinematografica alla Ėjzenštejn, ma almeno una video-riflessione -intesa sia come il prodotto di uno specchio che come attività della mente- che potesse aiutare a guardare in modo diverso alla realtà o almeno a quegli spazi di Reggia e giardino.

Tutto questo, sia chiaro, nulla ha a che fare, con i baffi su una copia della Gioconda. Il vero contesto culturale di riferimento, infatti, per tutto quanto abbiamo rilevato in una giornata qualunque è quindi più vicino, negli esiti come negli obiettivi, al Grande Fratello (GF) che non, come dovrebbe essere invece, a quella reale riflessione per immagini cui si accennava. Il saper pensare per immagini è la prerogativa principale di chi si occupa di Arte facendola e studiandola. Al direttore verrebbe così da dire, sulla falsariga di quanto si annuncia a uno dei concorrenti per estrometterlo dal GF: «Felicori, la Reggia per te finisce qui». Per quanto ci riguarda, invece, abbiamo un solo rammarico: avremmo voluto assistere a quel famoso esame di tre anni fa attraverso il quale l’allora ministro Franceschini scelse chi mandare a dirigere la Reggia di Caserta. E tutto questo perché, quell’esame, quella scelta, in effetti, parlava anche della qualità di quegli esaminatori. E questo vale anche per ogni ministro: passato, presente e futuro.

 

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