Caserta è davvero troppo vicina a Pompei per non cedere alla tentazione, a tratti epocale, di associare il nome del direttore uscente, Mauro Felicori, della famosa residenza borbonica a un

celebre film intitolato “Gli ultimi giorni di Pompei”. Quel direttore, reso noto dalla Reggia, terminerà il suo mandato il 31 ottobre prossimo in anticipo di un anno per sopraggiunti limiti di età (era entrato in carica nell’ottobre del 2015). Fare adesso un bilancio, quindi, appare più che legittimo. Quale, però, fra i molti possibili? Si sa, infatti, che taluni bilanci, così come certe epigrafi tombali, sono sempre positivi soprattutto, come in questo caso, perché si alimentano anche della rete che il direttore uscente è riuscito a costruire attraverso una campagna d’immagine che ha avuto l’appoggio di grandi testate giornalistiche nazionali. Quello che preferiamo è, invece, metterci nei panni del pubblico, del visitatore. E non solo. A dire il vero non vogliamo neanche discutere di quelle mancanze che recentemente gli ispettori ministeriali hanno segnalato nella gestione della Reggia, fra le quali una scarsa attenzione anche per quella manutenzione ordinaria minima che è fondamentale per l’incolumità dei visitatori e che, a tratti, purtroppo il nostro sopralluogo ha confermato. Paradossalmente abbiamo voluto imprimere, però, una torsione a un atteggiamento spesso critico nei confronti dell’operato di Felicori dando per buono quel suo principio, particolarmente apprezzato in ambito politico, secondo il quale la qualità di un museo (un sito archeologico e così via) si esprime attraverso solo i grandi numeri, quelli dei visitatori.

E allora che numeri siano e che i numeri contino. Prima, però, sgombriamo fin da subito il dubbio che, in generale, proprio quei numeri siano da attribuirsi alla riforma voluta dall’ex ministro Franceschini. Il fenomeno è molto più articolato e complesso e meno nuovo di quanto si possa immaginare.

Quella logica fondata sui grandi numeri, infatti, trova il suo alter ego in ambito televisivo in trasmissioni di grande “successo” come il Grande Fratello, Uomini e Donne e via di seguito.

Gli eventi che hanno caratterizzato la direzione Felicori non hanno avuto nulla in cui si esplicitasse almeno un buon lavoro sia di ricerca storica sia dal punto di vista della comunicazione scientifica. Il caso ha voluto che la nostra visita sia coincisa proprio con uno di questi eventi. Gli organizzatori (una nota impresa del Nord-Italia) hanno segnalato circa cinquemila presenze; la Questura in questo caso, invece, non si è espressa. Poco male e poco importa.

Questa curiosa premessa in effetti era necessaria per capire quella sensazione spaesante che ci ha accompagnato durante tutta la visita e fin dall’inizio ovvero quella di un direttore “non vicino” all’edificio storico cui era stato assegnato. Se, cioè, la logica dei grandi numeri era l’obiettivo -in vista di una sua riconferma (?) che in ogni caso non ci sarà- Felicori si è dimostrato incapace di gestirla. Durante la giornata, infatti, abbiamo raccolto le testimonianze di molti turisti i quali lamentavano l’interruzione delle visite guidate all’altezza della sala del trono. Evento sgradevole accaduto, tra le altre cose, anche a un gruppo di giornalisti i quali però non solo hanno insistito affinché la visita continuasse ma hanno anche cominciato a fare domande sul perché di quella interruzione. Le ragioni del blocco della visita erano molto semplici: si sarebbero creati problemi di sovrapposizione con altri gruppi di visitatori. Abbastanza per ritardare, rallentare una visita ma davvero troppo addirittura per interromperla.

Questo ameno fattarello di cronaca dimostra che dopo tre anni di direzione, Felicori non ha elaborato un funzionale progetto che regoli accessi, percorsi e quindi l’uso dello stesso monumento non riuscendo, cioè, nemmeno a risolvere una questione che era vitale per la sua idea fondata sui grandi flussi. L’importante era riempire, far girare il tornello conta-presenze dell’ingresso.

E non è finita qui. Quanto appena descritto ha un risvolto ancora più “pittoresco” (pronunciate quest’ultimo aggettivo rigorosamente con cadenza inglese). Chi entra in Reggia spesso vuole visitare anche il giardino con la sua successione di fontane che si inerpica sui monti antistanti per circa tre kilometri. La risposta data a questa esigenza dell’utenza è rappresentata da tre autobus del tipo londinese (su due piani) con un costo del biglietto pari a due euro e cinquanta, andata e ritorno.

A dare da pensare non è tanto il prezzo di quel biglietto -d’altro canto, poi, un caffè nel bar interno alla Reggia costa un euro e venti rispetto agli ottanta centesimi del chiosco collocato nel giardino antistante- perché al trasporto e alla bevanda si può anche rinunciare. Il problema è che quegli autobus scorrazzano neanche troppo lenti (più viaggi, più introiti: è la logica dei grandi numeri) lungo le strette strade che costeggiano le fontane. E così un luogo come quel giardino adatto al silenzio, alle corse, al riposo si trasforma in un pezzo di città, traffico incluso. Probabilmente pensare alla Reggia come un luogo d’arte avrebbe risparmiato una tale deformazione che non è, tra le altre cose, l’unica. Figlia della stessa logica che pensa alla Reggia come a una “macchina cacasoldi” è anche quella sciagurata idea che ha previsto l’allestimento temporaneo di uno spazio espositivo per la vendita di prodotti proprio all’interno del cosiddetto “cannocchiale” (http://www.reggiadicasertaunofficial.it/it/parco/storia/).

 

(Fine parte prima)