L’ isola gode di piena autonomia sui Beni culturali Questo rende impossibile qualunque (auspicabile) sinergia tra Messina e Reggio Calabria. Ora il governo avvierà la “secessione” anche nel Nord?

Ma il patrimonio culturale è davvero così importante per gli italiani come continuiamo a ripetere facendoci mutuamente l’incantesimo, cantando giaculatorie sempre identiche senza pensare, verificare, capire?

Guardiamo da vicino un esempio, e non da poco: la storia di due città e due regioni, un braccio di mare, le furberie e i trucchi verbali della politica, un passato che ci pesa e il futuro che ci attende, non solo in quelle due città ma nell’intero Paese. Andiamo per gradi: c’è una città italiana duramente colpita dal terremoto, che ha dovuto aspettare più di cent’anni per aprire il proprio museo. E sì che in quel museo ci sono, per non dir altro, due Caravaggio. Messina fu distrutta dal terremoto del 28 dicembre 1908, il più grave della storia italiana (oltre 100.000 morti). Progettato sin dal 1912, il museo messinese ha dovuto aspettare il 1985 per la posa della prima pietra, ed è stato aperto il 9 dicembre 2016. Un vero record di lentezza per collezioni mirabili, che includono resti sensazionali della Sicilia araba, ma anche testimonianze della cultura figurativa messinese, a lungo la più alta della Sicilia: basti evocare Antonello, il più europeo dei pittori italiani del Quattrocento. Questo in una città dotata di un’antica università (fondata nel 1548), ma in gravissima crisi economica e occupazionale.

In questa crisi come nel terremoto, Messina è sorella di Reggio Calabria, sull’altra sponda dello Stretto. Da sempre le due città conducono vite intrecciate, entrambe colonie greche fondate dai Calcidesi nell’VIII secolo a.C., entrambe distrutte 110 anni fa dallo stesso terremoto. Una convivenza geograficamente e culturalmente ideale per dar vita e sostanza alla nozione di “città metropolitana”, invenzione lessicale che grazie alla cattiva riforma costituzionale di centro-sinistra del 2001 si è insediata negli articoli 114, 117 e 118 della Costituzione. Niente da fare: nel fallito tentativo di abolizione delle province firmato Renzi-Delrio, “città metropolitana” è diventato sinonimo di provincia, senza che assolutamente nulla cambi nell’amministrazione o pianificazione del territorio. Intanto il complesso Messina-Reggio, che potrebbe essere la sola città metropolitana italiana foriera di un vero cambiamento, esiste nella realtà e nella vita ma non nascerà mai nel distorto mondo della politica e della sua sorella gemella, la burocrazia. E non solo per via dello Stretto (la grande Istanbul ingloba il Bosforo e si stende su due continenti), ma perché la Calabria è regione a statuto ordinario, la Sicilia a statuto speciale, con una divaricazione di norme e pratiche che si allarga ogni anno. Quanto ai beni culturali, la Sicilia è l’unica regione italiana ad aver ottenuto la piena secessione dal Paese, con due decreti del 30 agosto 1975 (D.P.R. 635 e 637) emanati, paradossalmente, a pochi mesi di distanza dall’istituzione del ministero dei Beni Culturali (29 gennaio 1975). Pochi italiani lo sanno, ma da allora il Ministero dei Beni Culturali nulla può in Sicilia, dove l’assessore regionale ha tutti i poteri del ministro. Anche le amministrazioni sono separate: un archeologo che lavora a Messina non può essere trasferito a Reggio, e viceversa, come se lo Stretto fosse una frontiera.

Vi sono ottimi argomenti per sostenere che questa secessione della Sicilia dal resto d’Italia sia anticostituzionale, in quanto viola la piena unità del patrimonio e del paesaggio italiano fissata dall’art. 9 della Costituzione, ma nessun governo finora, per meschini calcoli elettoralistici, ha mai osato proporre la questione alla Corte Costituzionale. Che cosa farà in merito l’attuale governo “del cambiamento”? Avanziamo una profezia: non farà nulla di nulla, seguendo le orme di tutti gli altri governi. Anzi farà qualcos’altro: avvierà (se ne sentono già gli indizi, i prodromi, le trombe di guerra, l’odore di zolfo) l’ulteriore secessione benculturalista di altre regioni, come Lombardia e Veneto, che rivendicheranno un’autonomia vicina o identica a quella della Sicilia. Le altre regioni seguiranno, facendo l’Italia a fette come già accade per la sanità. Segnaliamo un significativo precedente: la pessima riforma Franceschini del ministero dei Beni Culturali non ha fatto che copiare il modello attuato in Sicilia qualche decennio prima (con pessimi risultati) istituendo le cosiddette “soprintendenze olistiche”, che sommano archeologia, paesaggio, belle arti eccetera: gettando fumo negli occhi ma togliendo valore e funzionalità alle competenze specifiche.

Naturalmente a nessuno fra i collaboratori di Franceschini venne allora in mente di studiare le conseguenze di un tal “olismo” in Sicilia prima di trapiantare l’identico modello nel resto d’Italia. Come a nessuno viene mai in mente di alzare il coperchio della pentola per vedere se quel che bolle nell’autonomia siciliana è conforme a Costituzione o no. Oggi poi di Costituzione si può parlare solo sottovoce, come in una cospirazione. Oggi siamo tutti (compresi i ministri in carica) col fiato sospeso in attesa della forma finale della legge di bilancio e dei possibili tagli che comporterà sul fronte cultura, scuola, università, ricerca. Ma domani, tagli o non tagli, questi nodi verranno al pettine. Vedremo allora che cosa, nei Beni Culturali, s’intende per “governo del cambiamento”. Se davvero vi saranno, come con le migliori intenzioni del mondo ha annunciato il ministro Bonisoli, 6000 nuove assunzioni, o la consueta paralisi. Se si porrà rimedio alle frettolose devoluzioni del passato, o si avvieranno cinicamente, incistandole sulle manovre democristiane di ieri, le devoluzioni leghiste del futuro.

 

FQ  | 18 ottobre 2018