Egregio Direttore,

le scrivo, anche a nome di un nutrito numero di colleghi, per una vicenda che riguarda in prima battuta l’ambito universitario ma che riveste un interesse più ampio in quanto dimostra come la

storia dell’arte sia sempre più una disciplina destinata a scomparire, assorbita da altre, in una logica che predilige figure di economisti di beni culturali, architetti e restauratori.La questione è la seguente: all’ inizio dell’estate sono decaduti i membri dei comitati ministeriali. Nel nostro caso erano Belle Arti, Musei, Arte contemporanea. Il Consiglio Universitario Nazionale (CUN) ha allora chiesto alle varie consulte (per noi la CUNSTA, presieduta da Fulvio Cervini che ringrazio pubblicamente per il gravoso impegno che si sobbarca) di segnalare terne di nomi per ogni comitato. Il CUN si è dunque arrogato un potere che non aveva mai esercitato, ovvero quello di scegliere tra tutti coloro che si erano candidati (me compreso) finendo per nominare figure estranee al mondo della storia dell’arte, con la sola eccezione di Tomaso Montanari, entrato nel comitato di Belle Arti.Il risultato è stato che, alla fine, sono stati scelti per i Musei e l’economia della cultura Giuseppe Piperata, docente di diritto amministrativo allo IUAV di Venezia e, per l’arte contemporanea (in luogo di Maria Grazia Messina), l’esperto di restauro architettonico Claudio Varagnoli, che insegna Storia e teoria del Restauro all’ Università di Chieti. Il che ovviamente determinerà le scelte ministeriali future in maniera netta e non credo che basterà il solo Montanari a arginare un certo indirizzo. Sorprende ancor di più che non sia stato comunicato il criterio che ha portato a tali scelte: un atto mortificante per coloro che si erano candidati e anche poco consueto in questo tipo di selezioni.

Potrebbe allora  il “Giornale dell’arte” dedicare uno spazio a questa penosa vicenda, mettendo a confronto pareri di entrambe le parti, per ragionare sui motivi di questo svilimento totale della disciplina  e anche sulle colpe degli storici dell’arte stessi che hanno permesso che questo avvenisse?  Anche perché un simile scenario non è disgiunto da quel che avviene al di fuori dell’università. Certamente in Italia negli ultimi decenni l’approccio dei docenti di storia dell’arte d’ambito accademico non ha brillato per aggiornamento metodologico e, certamente, anche il divario tra “storici” e “contemporaneisti” è molto più marcato che altrove, con pregiudizi da ambo le parti. Tengo a precisare che la richiesta di sollevare questo dibattito parte dai membri della SISCA (Società Italiana di Storia della Critica d’Arte), fondata da  Gianni Carlo Sciolla e ora da me presieduta.

 

Giornale dell’arte, Ottobre 2018