Renzi da sindaco promise di restituire l’ex monastero alla città, ma nulla è mai stato fatto

Tra la tribuna del David di Michelangelo, all’Accademia, e lo sfascio eterno di Sant’Orsola ci sono solo tre isolati: contare i passi che separano il marketing del passato dalla progettazione del futuro vuol dire misurare la distanza che separa Vanna Marchi da Giorgio La Pira. Tutti gli ultimi sindaci di Firenze hanno scelto Vanna Marchi: Matteo Renzi ne era la reincarnazione, a Dario Nardella ne è toccata la supplenza. Ma, diciamo la verità: non sono solo i sindaci. Da decenni questa città “volgare” (Antonio Tabucchi), ha scelto di vivere di rendita: mettendo a reddito una bellezza che toglie il fiato e perdendo ogni capacità di prendere in mano il proprio futuro. Sono troppi i fiorentini che hanno scelto di stare in periferia trasformando la casa in centro in un albergo di fatto: intere vie sono ora dormitori-mangifici, in un inquietante “effetto Venezia”.
È mancata un’idea di città: un progetto, una visione. Hanno sbagliato tutti: l’università, il tribunale, la banca. Portando le funzioni vitali fuori dalla città storica l’hanno distrutta, senza giovare alla periferia. E allora a Firenze non è rimasto che prostituirsi. Pochi giorni fa l’ultimo cliente: un magnate russo si è preso il Salone dei Cinquecento per giorni, facendo chiudere il museo e trasformando Palazzo Vecchio in Las Vegas. È la norma: un film americano chiude le strade, Renzi prende in ostaggio Michelangelo per il suo “documentario”, addii al celibato vanno in scena tra i Raffaello di Palazzo Pitti…
Per questo proprio Sant’Orsola è così interessante, così carica di futuro. Parliamo di un grande isolato (sono quattordicimila metri cubi), di proprietà della Città Metropolitana, l’ex Provincia, piantato nel cuore di Firenze: nel quartiere di San Lorenzo, a un passo dal Duomo. Era un monastero femminile benedettino, fondato agli inizi del Trecento: ma una storia travagliata l’ha dato nell’Ottocento alla Manifattura Tabacchi, fino a un rovinoso abbandono. Negli ultimi anni nulla è successo: Sant’Orsola era nei “cento luoghi” che Renzi promise di restituire alla città (promessa finita come quella di ritirarsi dalla politica in caso di vittoria del no al referendum costituzionale); è stata il set della grottesca ricerca delle ossa della Gioconda (Lisa Gherardini, possibile modella di Leonardo, sarebbe stata sepolta lì) inscenata dagli stessi umoristi che hanno inventato quelle di Caravaggio a Porto Ercole; ha conosciuto un momento di gloria mediatica quando Andrea Bocelli propose di istituirvi un’accademia di musica (tramontata prima di sorgere): fino all’annuncio (maggio 2018) che a salvarla sarebbero stati i Benetton. No comment.
E ora? E ora le pubbliche autorità non hanno la più pallida idea di cosa farci. Dopo aver scartato le idee più sensate (la migliore forse quella di Marco Moretti, presidente del Diritto allo studio toscano, che proponeva di farci una super casa dello studente che riannodasse il legame tra universitari e fiorentini), rimane solo il nulla spinto: niente Rinascimento da vendere, niente lusso estremo o moda. Ma c’è un ma: e questo ma sono i cittadini di San Lorenzo, che da anni lottano, denunciano, studiano, documentano, propongono strade per salvare Sant’Orsola, e intanto riescono a non farla uscire dalla coscienza collettiva della città. Gli architetti e urbanisti che fanno parte del comitato “Sant’Orsola project” stimano in 450.000 euro le risorse necessarie a mettere in sicurezza il piano terra (liberarlo dai resti della cementificazione operata dalla Guardia di Finanza e da materiali vari) e fare una convenzione con associazioni giovanili che potrebbero garantire la guardiania: ma nulla si muove.
Daniela Tartaglia – una delle migliori fotografe italiane, che vive a pochi passi da quel gran buco nero – gli dedica un libro, “mossa dall’urgenza (forse irrazionale) di penetrare l’anima di quel luogo, un tempo spazio di meditazione ed ora quasi oasi di pace e silenzio rispetto all’artificialità e alla vetrinizzazione del sistema urbano”. Interessante è il metodo, moderno e antico, con cui questo libro nascerà: il grafico livornese Stefano Bianchi ha lanciato il progetto Crowdbooks, in cui si raccolgono soldi dal basso per finanziare la pubblicazione di qualità di libri d’arte. Lo si è fatto per secoli col sistema delle sottoscrizioni preventive, e oggi la rete rende questo metodo sostenibile e democratico. L’obiettivo non sono soli fondi: ma libri liberi, senza padrini e senza umani rispetti. Gli scatti di Tartaglia (alcuni li vedete in pagina) dimostrano che “se amore guarda, gli occhi vedono” (Carlo Levi). Se un sindaco avesse ascoltato con altrettanto amore i residenti di San Lorenzo, avrebbe subito capito che non si trattava di “riqualificare” Sant’Orsola, ma di “restituirla” ai cittadini. Nel libro si legge il ricordo di Silvana Li, che racconta come davanti ai suoi occhi di bambina Sant’Orsola “sembrava il paese dei balocchi: cortili, chiostri e scale dove scorrazzare”. E la stessa Silvana si chiede: “A chi giova tenere spazio collettivo in queste condizioni? Vorrei che potesse diventare un’altra volta un posto, magari più pulito e organizzato, come me lo ricordo: un posto pieno di vita, con bambini che corrono e giocano, anziani che leggono il giornale e giocano a carte, ragazzi che studiano e famiglie che ci dormono e ci vivono”.
Lo vorremmo in tanti, e non solo per quel luogo, ma per tutta Firenze: di cui Sant’Orsola è metafora e coscienza. E, chissà, un giorno anche riscatto.

 

FQ   I  15 ottobre 2018