Da alcuni giorni gli storici italiani sono scesi in campo contro la scelta della Commissione presieduta da Luca Serianni di eliminare la traccia di storia dal tema di maturità. La Giunta centrale per gli studi storici e delle Società degli storici ha sottolineato la marginalizzazione della Storia nel curriculum scolastico, già intaccato dalla riduzione delle ore di insegnamento negli studi professionali. Questa sorprendente novità — nel Paese di Machiavelli e di Guicciardini — ignora il fatto che mortificare il sapere storico equivale a privare i giovani cittadini della classe dirigente delle basi essenziali per orientarli nella loro scelte di vita e culturali. La Commissione si è mossa in questa scelta senza consultare mai la Giunta né le università che sono preposte a questo insegnamento. Ho seguito, nel giorno in cui venivano rese note le modifiche relative alla prima prova scritta dell’esame di Stato, a un vivace dibattito a Fahrenheit, su Radio 3, tra Serianni e Simona Colarizi, condividendo le preoccupate osservazioni della storica. Terminata la trasmissione mi sono chiesto: ma non è forse la storia dell’arte una parte essenziale della nostra civiltà?
Almeno dal tempo in cui Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II, iniziava a scrivere i Commentarii (1462), primo testo della letteratura moderna che dedichi al paesaggio ampie descrizioni. Enea Silvio è certo parte della storia ma sarebbe grave dimenticare che è parte anche della letteratura e della storia dell’arte.
Intendo dire che, se il ministro Bussetti avesse il buon senso di modificare il testo della Commissione Serianni, non potrebbe lasciare fuori dalla porta la storia dell’arte.
Essa è la forma vivente non solo per le opere d’arte, ma pure per il paesaggio e il contesto dei centri storici che sono scena essenziale della nostra civiltà. La recente raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea sull’apprendimento permanente presta una particolare attenzione al tema della consapevolezza culturale: si sottolinea la necessità di forti radici identitarie per ispirare una progettualità virtuosa, interculturale e sostenibile. Questo richiede un impegno politico efficace, una rinnovata metodologia scientifica e didattica nella convinzione che il giusto terreno per coltivare tali competenze sia quello del patrimonio artistico. La relazione stretta che lega un manufatto al proprio contesto storico, socio-economico e culturale, ma anche al territorio che lo custodisce, alle vicende della sua conservazione e fruizione, comporta un esercizio di lettura e di interpretazione che collima esattamente con quanto scriveva Piccolomini a metà Quattrocento.
La storia dell’arte necessita di particolari competenze di lettura e decodificazione dei manufatti e qui si apre un doloroso argomento: il destino della storia dell’arte nella politica, nella cultura, nella scuola di ogni ordine e grado del Paese. A parole se ne celebra “l’eccellenza”, ma di fatto essa è la Cenerentola della scuola.
Dopo lo scempio della riforma Gelmini, la storia dell’arte sarebbe dovuta entrare nel biennio di tutti gli indirizzi. Irene Baldriga, presidente dell’Associazione nazionale storici dell’arte, nel bel volume Diritto alla bellezza (Le Monnier, 2018), sottolinea la rilevanza dell’interdisciplinarità che esige competenze trasversali.
Raccomandazioni che valgono anche per gli storici tout court, che sono insorti contro la commissione Serianni.

 

Repubblica 12.10.18