In che veste scrive Daverio? Gli insulti con cui mi investe vietano di pensare che lo faccia come portavoce o valvassino della signora Crespi. Forse allora come mercante, quale ha tentato di

essere, aprendo gallerie a Milano e a New York (tutte gestite così bene da indurlo a cambiar mestiere). Sì, non c’è dubbio: egli scrive da mercante, giacché le sue argomentazioni (culturalmente risibili) sono quelle tipiche del mantra dei commercianti che, da secoli, vorrebbero le mani libere.

Ma esistono anche i mercanti colti e civili. In pieno Seicento il venalissimo veneziano Marco Boschini riconosceva che, senza il freno posto al mercato dalla pubblica autorità, a Venezia non sarebbe rimasto un solo quadro: “Benedeta sia sempre la prudenza / de chi governa el Stato venezian / Che si no intrava qua la regia man, / Piture addio, Venezia sarìa senza” (1660).

Boschini terminava il suo ragionamento in versi veneti dicendo che le pitture sono luci eterne “che non le smorza doppie né zecchini”.

L’arte non è riducibile al denaro, e la proprietà dei privati sulle opere d’arte non è (da noi) mai stata piena. Fin dal 70 a. C. Cicerone spiegava ai Romani che le raccolte d’arte dei ricchi siciliani “costituivano un vanto non tanto per il padrone, quanto per l’intera città”. Questa è la nostra storia: se l’Italia è ancora l’Italia è perché, molto per tempo, abbiamo ritenuto l’arte (anche quella in mani private) un bene comune su cui vegliare.

Già nel 1603, il granduca di Toscana affida a un ‘ufficio esportazione’ il vaglio dei quadri che le grandi famiglie volevano portare fuori dallo Stato: i nostri vincoli, le nostre leggi sono figli di questa lunga, altissima tradizione.

Casa Crespi è parte del patrimonio culturale italiano: lo stesso Fai lo afferma quando la fa visitare ai cittadini, spiegando, sul suo sito, che “si trova nel centro di Milano e si affaccia su corso Venezia. Questa casa, della fondatrice e Presidente Onorario del Fai Giulia Maria Mozzoni Crespi, merita una visita in quanto si tratta di una delle poche residenze patrizie milanesi tuttora integre e vissute”. È dunque un luogo di interesse pubblico: per questo, quando alcuni cittadini mi hanno scritto, sconcertati di vedere il grande Burri all’asta all’estero, ho potuto conoscere gli atti grazie alla legge del 2013 che riconosce il diritto di accesso civico. Mi spiace per l’istinto da secondino di Daverio: ma la legge non sempre protegge solo i ricchi e i potenti.

Il caso è chiaro, nella sua triste evidenza: l’esportazione del Burri, fino a un anno fa, sarebbe stata illegale. Ora è lecita solo grazie a uno strappo grave, che (se il Movimento 5 Stelle sarà coerente con le sue lotte passate) tra breve sarà sanato. Che del varco approfitti una personalità come quella di Giulia Maria Crespi è una notizia clamorosa. Che le modalità siano quelle furbesche e sleali verso gli organi di tutela, che ho descritto, a me pare gravissimo.

Insomma, bisogna decidersi: non si può voler essere canonizzati in vita per meriti verso il patrimonio, e poi farsi bellamente gli affari propri. O si è davvero per la tutela, o si è per le mani libere su patrimonio e territorio. Perché la tutela non si fa a fette, come spiegava benissimo Giulio Carlo Argan proprio negli anni in cui la signora Crespi fondava il Fai: “La borghesia vuole che i suoi figli seguitino come i padri a inquinare allegramente mari e fiumi, a speculare rapacemente sul suolo delle città e delle campagne, a esportare impunemente capolavori nel baule della fuoriserie”.

Il Burri all’estero? Fa bene all’Italia

di Philippe Daverio | 11 ottobre 2018

L’articolo di Tomaso Montanari apparso sul Fatto Quotidiano circa le vendita in atto del quadro di Burri che Giulia Maria Crespi teneva appeso nell’androne di casa è eticamente repellente e moralmente ridicolo: eticamente perché il giornalista si è fatto fornire da un funzionario del Ministero gli atti relativi ad una esportazione privata legittima in barba ad ogni criterio di privacy (ci si augura che il Ministro provveda), moralmente perché usa parametri di “nazionalità” che non avrebbe digerito neppure il mascellone di Predappio.

Di Giulia Maria Crespi tutto si può dire se non che non sia sempre stata persona che agli interessi dei beni culturali italiani abbia dedicato la vita e spesso il proprio danaro, sia nelle battaglie personali che nell’avere promosso, finanziato e sostenuto il Fondo Ambiente Italiano. Che abbia poi deciso di vendere, forse per finanziare ulteriormente il suo impegno, un’opera d’arte contemporanea da lei acquistata a poco e oggi di valore alto, non solo è il suo diritto ma pure forse la gioiosa verifica del proprio intuito nell’avere individuato in Alberto Burri un talento emergente quando il resto della borghesia italiana era ottuso e acquistava opere altrettanto opache. Sarebbe bello ci fosse ancora oggi nella classe abbiente emergente italiana la medesima capacità di intuire le arti che saliranno alla gloria del palcoscenico mondiale!

Vendere oggi a milioni di euro, di sterline o di dollari le opere della nostra contemporaneità non depriva il patrimonio nazionale, visto che di Burri c’è un intero museo a Città di Castello, ma contribuisce invece a ristabilire un onore nazionale che viene quotidianamente avvilito dalla stupidità che regna sovrana, purtroppo anche sulla carta stampata.

La conoscenza è sempre più importante del patrimonio. Se gli inglesi del Grand Tour non avessero acquistato le vedute di Canaletto e di Bellotto come souvenir della loro iniziazione europea, mai questi autori avrebbero assunto l’importanza che hanno oggi; pittori altrettanto significativi come Magnasco non hanno avuto medesima fortuna perché rimasti quasi esclusivamente sulla penisola. Se Leonardo non avesse portato con sé la tavoletta della Monna Lisa, il quadro non sarebbe finito a Fontainebleau, Napoleone non lo avrebbe riscoperto lì trecento anni dopo e non sarebbe stato affidato al barone Vivant Denon che allora stava inventando il museo del Louvre; Marcel Duchamp non avrebbe mai rieditato la sua foto con i baffi e la scritta ironica “L.H.H.H.Q.” (elle a chaud au cul). Se l’ultimo erede italiano degli affari commerciali di Herwarth Walden non avesse venduto, dopo avere tentato di venderlo in Italia, per un milione di lire del 1959 La città che sale di Umberto Boccioni al MoMA di New York il futurismo rozzamente tacciato di collusione con il fascismo a casa nostra non sarebbe ancora oggi riconosciuto come uno dei principali movimenti delle avanguardie moderne: d’altronde era lo stesso Marinetti a spingere la loro disseminazione in tutto il continente. Morandi è noto fuori Bologna perché sin dagli esordi ne acquistò un centinaio l’oscuro signor Morat, il tedesco che fondò il Morat-Institut für Kunst und Kunstwissenschaft di Freiburg im Breisgau. Lucio Fontana e Piero Manzoni sono oggi considerati protagonisti indiscussi dopo che hanno superato il milione alle battute d’asta, fuori Italia ovviamente, poiché a casa nostra, chi compisse un simile acquisto pubblico, verrebbe immediatamente indagato dall’Agenzia delle entrate e quindi si astiene… Et semper ad maiorem Italiae gloriam. E quanto hanno contribuito Leonardo, Canaletto, Morandi, Fontana e Manzoni, assieme a Verdi e Toscanini a redimere l’immagine d’un Paese uscito perdente dalla guerra e a promuovere il made in Italy assieme alle sue migliaia di posti di lavoro!

La circolazione libera delle opere d’arte è pari a quella delle idee, dei libri e delle invenzioni che formano il tessuto di coesione delle società moderne e democratiche. La difesa del patrimonio nazionale dovrebbe pensare alla salvaguardia d’una storia sedimentata che vede oggi purtroppo crollare i palazzi e marcire gli affreschi, nella disattenzione d’un ministero che ha appena compiuto lo scempio goffo di Palazzo Citterio a Milano.

FQ | 11 ottobre 2018